Giordano Morganti Spazio Tadini

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Spazio Tadini apre la stagione 2010-2011 portando per la prima volta a Milano la mostra fotografica di Giordano Morganti “Psichiatric Hospital Frankenstein”  che fu esposta a Palazzo Te a Mantova. Una mostra che fece molto discutere fino a rischiarne la chiusura, per il suo contenuto e per un titolo evocativo di mostruosità frutto più dell’Uomo che della Natura.

“Non era stampato che il primo volume e già iniziarono i boicottamenti – racconta Giordano Morganti – pochi giorni dopo l’inaugurazione ci si mise pure l’avvocato a intentare una causa al fine di far chiudere la mostra e di ritirare la pubblicazione del libro, asserendo che non avevo autorizzazione dei degenti: accusa che fui in grado di smentire all’istante. In tutto questo caos mi venne di grande aiuto Vittorio Sgarbi, da poco assessore a Milano,  che trasformò, il tutto in uno scandalo. Fu grazie a lui che, a mostra appena chiusa, attraverso  il tam tam su internet, il Comune di Mantova fu costretto a riaprire i battenti poiché vi erano fuori più di mille persone desiderose di visitarla”.

Si tratta di una mostra che pone spunti di riflessione sulla capacità della società di creare mostri, stereotipi, artifici per demonizzare l’imperfezione dell’essere umano. Un’occasione per osservare l’individuo attraverso la lente di un obiettivo fotografico che ci allontana dalla ricerca spasmodica della perfezione, del bello, dell’eterna giovinezza e della felicità e ci impone l’accettazione del limite, della follia, della malattia, la gestione del dolore con il conforto che può dare solo la bellezza della verità, della carne in sé, dell’osservare una Natura senza pensieri, espressione solo di cicli stagionali.

Giordano Morganti presenta un triplice percorso “corpo, mente e anima”. Un viaggio trasversale che va dai ritratti di malati psichiatrici, alla raffigurazione dettagliata di parti anatomiche per poi sfociare in uno scenario agreste dove gli alberi fanno da protagonisti tra terra e cielo. Una mostra di forte impatto emotivo raccontata, illustrata e commentata dai critici Daniele Astrologo, Flavio Caroli, Raffaele Bedarida, Ando Gilardi, Roberto Mutti, Walter Schonenberger in un libro di tre volumi della Silvana Editore.

Un’opportunità per l’associazione culturale Spazio Tadini per riflettere sulla relazione tra la società e l’individuo, in particolare su come viene costruito e stereotipato il singolo intrappolandolo in esistenze fittizie e funzionali all’esistenza e alla sopravvivenza del gruppo sociale.

“Dopo 3 anni in cui rifiutai, in più occasioni, di esporre PH Frankenstein, dopo Palazzo Te a Mantova , sia in ambiti privati che pubblici – afferma Morganti – è arrivata quella che ho ritenuto essere la giusta occasione. Spazio Tadini, superfluo a dire, è a mio modesto avviso lo spazio culturale privato per eccellenza. Un crogiuolo dove tempo –spazio si coniugano in un continuo divenire, qui, a Milano, in questo luogo il senso di esporre è Assoluto. Questa mostra doveva aver luogo più in là, verso Natale, poi le vicende non artistiche riguardanti l’associazione mi fecero ritenere i tempi maturi. Voglio anche dire che, purtroppo, tanti di coloro che hanno saputo della mia decisione di esporre PH Frankenstein a Spazio Tadini, in questo momento delicato, tentarono di dissuadermi e questo loro incedere mi convinse invece che la mostra era assolutamente da fare, qui e ora! Io non sono tenero, e in primis  non lo sono con me, ho una visione del materiale umano assai poco nobile e PH Frankestein nasce proprio a denuncia di questa nostra società malata e ferita che troppo spesso vive solo di sovrastrutture devastanti trascurando il vero vivere. La maggior parte delle persone è affetta da una malattia gravissima: credono di essere nomali (sempre che a questo a vocabolo si possa dare un significato esaustivo) è lì che abita la follia peggiore, quella che diabolicamente annidata e sghignazzante attende di poter dare il meglio di sé, e questa follia risiede quasi sempre in quella persona dall’apparenza innocua ma dal pensiero debole”.

“Se osserviamo attentamente le fotografie di Giordano Morganti – scrive Sandro Parmiggiani , nel testo critico del libro edito dalla Silvana editore, pubblicato durante la mostra di Palazzo Te a Mantova scrive – vediamo che lui tuttavia non è mosso dal desiderio “sociologico” di documentare la nuova condizione dei liberati, ma piuttosto dell’esigenza di indagare, di scavare, con una sorta di amorosa crudeltà, che mai sembra avere tregue, dentro il volto della persona, eternamente vario, cangiante, diverso, ma sempre accumunato dai caratteri rpofondi di quell’umanità che ne sanciscono l’appartenenza a una comune famiglia…. Ciò che interessa è la condizione perenne dell’umano, che va al di là di ogni contingenza, di ogni appartenenza sociale, razziale o territoriale”.

Sulla questione normalità interpretata nella mostra“Psichiatric Hospital Frankenstein” Flavio Caroli afferma:

“La parola “anomalia” naturalmente non significa nulla. La nobiltà di questi percorsi (si riferisce a mente, corpo e anima n.d.r) è avventura e tragedia (o illuminazione, come dicono i buddhisti) e potenziale verità, come d’altronde è sempre la vita. Una verità che può in qualche misura essere capita solo dall’arte; quella, nella fattispecie, di Giordano Morganti. Dal volto, infatti, la tragedia si irradia nel corpo. In questi fianchi anchilosati, in questi equilibri precari, in queste magrezze o obesità è contenuto il mistero di un destino che è segregato nel suo bozzolo, nella sua prigione di carne, un bozzolo che fa male e può essere più espressivo di tutte le parole del mondo. A questo punto, Morganti ha l’intuizione più bella e, se posso dire così, più sconvolgente. Punta l’obbiettivo sui dettagli, perché è lì, nei dettagli, che la natura infinite volte sceglie le vie per le quali le cellule dovranno evolversi: una via che – per destino – potrà essere brevemente salvifica, parzialmente felice, o mortale. Così, dita e denti dentro una bocca possono compartire l’immagine come un dipinto di Mondrian, e un gomito o un’anca possono vivere nello spazio come forme classiche irragionevolmente perfette. Quello, dice Morganti, è il “colpo di dadi” della crescita delle cellule nello spazio. Tutto ciò rinvia però alla natura, al bosco, agli alberi, che crescono nel vento, e certamente hanno un’anima. Lì, il miracolo delle diversità è infinito, vive in cortecce fitomorfe, in tumori benigni e bellissimi del legno, nel sontuoso schermo delle foglie divise fra la luce e l’oscurità. Misterioso progetto e appunto oscuro destino dell’Essere che si manifesta nell’universo conoscibile. Da tutto questo, Morganti trae infatti una conclusione sorprendente e affascinante. La chiave di ogni verità è custodita da Frankenstein, “mostro” (cioè apparizione) e re di ogni anomala crescita cellulare. Dice Morganti che il Frankenstein del primo millennio è stato Gesù Cristo. Credo di averlo stupito il giorno in cui – a conferma – gli ho ricordato che la prima immagine in assoluto di Gesù Cristo fu quella graffita da un suo nemico, che lo raffigurava con la testa di asino. Frankenstein, appunto”.

Sulla ricerca del bello, dell’estetica e sul racconto della verità scrive invece Roberto Mutti sulla mostra di Morganti intervistandolo:

“Oggi tutti, ma soprattutto i giovani, sono molto interessati ad apprezzare opere di alta densità estetica, quindi io ho agito proprio partendo da questo punto di vista: il mio lavoro è una sorta di cavallo di Troia grazie al quale, prendendo spunto dall’estetica, faccio passare un discorso sociale. Il risultato non è però estetizzante perché il libro sulla follia è desolante e senza pietà, proprio come la realtà vissuta dalle persone che ho fotografato con tanta difficoltà. Chi osserva si sente a disagio di fronte a quei volti certo non belli né delicati perché viviamo in una società che rifiuta ogni diversità classificandola come mostruosa”. Qui il riferimento è dichiaratamente letterario: Giordano Morganti cita Mary Shelley e il personaggio da lei creato in “Frankestein”, una creatura buona trasformata dagli uomini in un essere malvagio. In effetti esiste più di un’analogia fra il lavoro letterario e quello di questo fotografo che dichiara di essere molto veloce nella fase di ripresa ma poi lento e meditativo in quella della successiva elaborazione. “Basta sapere che ho dedicato cinque anni al lavoro sui corpi mentre quello sugli alberi l’ho iniziato nel 1989 e forse l’ho finito adesso. Per quanto riguarda la ricerca sulla follia, dai primi scatti del 1977-79 sono passato a quelli del 1991-92 e ai più recenti del 2004-2007. Fra riprese furiose di tre giorni e molte riflessioni, sono passati come niente trent’anni: questi sono i miei ritmi”. Questa dilatazione dei tempi, così in controtendenza rispetto a quanto abitualmente viene richiesto nella nostra epoca, permette di ragionare attorno a un tema complesso come quello della contemporaneità e del suo significato: “Per me contemporanee sono le opere che restano tali senza subire i mutamenti del tempo e ancora hanno cose da dirci. E’ invece un errore confondere le opere contemporanee con quelle più recenti: Vittorio Sgarbi mi ha chiesto una volta perché mi capita di privilegiare le fotografie di trent’anni fa rispetto a quelle appena scattate, ma per me il problema è diverso perché in ogni immagine voglio ritrovare il contesto che le dia significato e fondamento. Avendo iniziato a realizzare le mie fotografie più importanti quando ero appena diciannovenne, non ho le paure di chi si sente vecchio se vengono pubblicati lavori realizzati anni fa. E’ che, piuttosto che uscire a ogni costo, semmai preferisco attendere fino a quando posso mostrare ricerche che ritengo complete e ben strutturate”. Tutti questi discorsi, però, non sono fini a se stessi perché Morganti parla senza mai perdere di vista il rapporto fra tecnica ed estetica: “Diceva André Kertész che ogni fotografia è fin troppo dimensionata rispetto alla nostra capacità di percezione e questo spiega lo strano effetto iperrealistico provocato dal digitale. Il suo limite è, paradossalmente quello che si ritiene un suo pregio, l’eccesso di definizione. Questa è la ragione per cui non uso il digitale – visto che non ho finora cercato effetti di tal genere – ma anche perché mi sembra un po’ come una donna liftata: se proprio ti piace, sposala”.

RIFLESSIONI DI GIORDANO MORGANTI
DATA :21  Agosto 2010

Leggo, almeno in parte, e quel che dirò vorrei avesse quella lucidità che caratterizza il mio pensiero nei miei momenti migliori secondo il mio punto di vista, nei peggiori, secondo altri pareri.

Del resto se ci fosse equità sarebbe il silenzio.

Dopo tre anni che rifiutai, in molte occasioni, di esporre Psychiatric Hospital Frankenstein, dopo Palazzo Te a Mantova, sia in ambiti pubblici che privati, per ragioni delle quali ora non intendo informarVi è arrivata quella che ho ritenuto essere la giusta opportunità.

“Spazio Tadini”, superfluo a dire, è a mio modesto avviso, lo spazio culturale privato per eccellenza. Un crogiuolo ove tempo-spazio si coniugano in un continuo divenire, qui a Milano, in questo luogo il senso di esporre è Assoluto.

Questa mostra doveva avere luogo più in là, verso Natale, poi le vicende riguardanti Francesco Tadini, presero il sopravvento, così che con Melina Scalise, nuovo presidente dell’ associazione, decidemmo che i tempi erano maturi.

Voglio anche dire che,purtroppo , tanti di coloro che hanno saputo della mia decisione di esporre P. H. Frankenstein a Spazio Tadini, in questo momento delicato, tentarono di dissuadermi e questo loro incedere mi convinse invece che la mostra era assolutamente da fare qui e ora! Tengo a precisare che questa mostra è sì a sostegno di questo importante spazio, ma elude dalle vicende giudiziarie riguardanti Francesco.

Io non sono tenero e, in primis non lo sono con me, ho una visione del materiale umano assai poco nobile e P. H. Frankenstein nasce proprio a denuncia di questa nostra società malata e ferita che troppo spesso vive solo di sovrastrutture devastanti trascurando il vero vivere.

La maggior parte delle persone è affetta da una malattia gravissima: credono di essere normali! Sempre che a questo vocabolo si possa dare un significato esaustivo è lì, che abita la follia peggiore, quella che diabolicamente annidata e sghignazzante attende di poter dare il meglio di se’, e questa follia risiede quasi sempre in quelle persone dall’apparenza innocua ma dal pensiero debole.

Ora io qui non intendo, e non è certo questa la ragione di oggi, fare “j’accuse”, bensì il mio obbiettivo è semmai quello di esporre meglio che posso le ragioni che mi hanno portato a legare differenti ricerche che avrebbero potuto benissimo avere una vita propria.

Molte volte il vivere e il lavorare ci portano a un bivio e, nel mio caso, per pubblicare P. H. Frankenstein dovetti “sacrificare” tre ricerche che i più avrebbero preferito editare separatamente  e in tre tempi distinti.

Ricordo che quando sentii per la prima volta la necessità di realizzare questo ambizioso progetto mi chiesi se poi sarei stato capace di sostenerlo e se altri mi avrebbero permesso di esporlo e condividerlo.

Non era stampato che il primo volume e già iniziarono i boiccotamenti da parte di un noto collega che tentò, con tutta la sua forza, facendo pressione sull’assessore ai beni culturali di Mantova del quale è grande amico, di convincerlo a non farmi esporre le opere a Palazzo Te, cosicchè io dovetti faticare assai per riconquistarlo e ottenere la mostra.

Ma la cosa non finì lì, anzi pochi giorni dopo l’inaugurazione ci si mise pure l’avvocato di parte dell’ultimo ricovero psichiatrico dove avevo lavorato al completamento della mia ricerca a intentare una causa al fine di far chiudere la mostra e di ritirare la pubblicazione del libro, asserendo che non avevo autorizzazione dei degenti, un’accusa che potei smentire all’istante.

In  tutto questo caos mi venne di grande aiuto  Vittorio Sgarbi, da poco assessore a Milano che trasformò il tutto in uno scandalo e grazie al quale, a mostra appena chiusa, il tam tam su internet costrinse il Comune di Mantova a riaprire i  battenti poichè fuori attendevano più di mille persone desiderose di visitarla.

Un po’ come ne “la variante di luneburg” di Murensig, tentarono di giocare la partita finale per far cadere trent’anni di mie  ricerche nel baratro da cui uscirne mi sarebbe stato impossibile, ma questa “povera e sciocca” gente non aveva mai giocato sulla scacchiera che produce scosse elettriche a ogni errore come invece io ho sempre fatto per sopravvivere e sottovalutando le mie capacità nel gestire “certe cose”, si contentarono di un gioco privo di conoscenza e di intelligenza, eppure erano in tre: un avvocato, il presidente della fondazione psichiatrica e il loro capo ufficio stampa; tre, proprio come i tre porcellini.
 
IL MIO MODO DI LAVORARE

Io amo che le cose  giacciano anche per un tempo lungo nel silenzio, in questo tempo io studio nuove mosse, eh sì, proprio così, poiché io non credo nell’artista fine a se’ stesso incapace di far altro che produrre idee nel migliore dei casi, invece credo  in una certa coscienza imprenditoriale. I miei riferimenti non sono ne’ il Caravaggio ne’ Picasso, ne’ Rauschemberg, tanto per citarne, ne’ Hirsch, bensì, e lo dissi già nel 2007 quando presentai P. H. Frankenstein a Palazzo Te, sono persone come Sergio Marchionne.

Poco frequento le inaugurazioni d’Arte invece trovo estremamente curioso e affascinante il mondo della finanza e dell’impresa. E’ il loro modo di operare che mi ispira, è da loro che imparo ed  è con loro che cerco di trascorrere ogni istante libero.

Forse vi ho deluso, ma è fra i compiti di un artista deludere e l’arte stessa è un angolo di mondo dove la morte vale più della vita. E’ morendo che creiamo l’unione tra i ceti e le specie, la vita è un grande campo di battaglia creato su misura della sua naturale conseguenza: la morte.

E poi cosa di più affascinante del mistero che l’avvolge? Ella è l’unica certezza dalla quale nessuno può sottrarsi. E’ la morte che ci accompagna per tutta la vita, lei è la nostra vera madre e amante e moglie e sorella ed è con lei che prima o poi faremo di conto, tutto il resto, amori,  passioni, danaro sono il  nulla poiché nulla di queste cose trapassa con noi. Queste cose tutte, sono solo compagne infedeli che restano altrove quando noi ce ne andremo.

Io alla morte ho dedicato una ricerca composta di alcune centinaia di immagini. Presto pubblicherò un grande volume, un’opera che avrà le caratteristiche di P. H. Frankenstein.

Io lavoro solo, ossia mi occupo di ogni dettaglio anche fosse l’ultimo per importanza , non ho assistenti, ne’ stampatori, ne’ agenti o latro. Cerco, produco, scatto, organizzo e soprattutto mi occupo delle relazioni pubbliche.

A volte però mi rinchiudo nella mia casa-studio per mesi in un isolamento quasi totale, lasciandomi contaminare solo dai miei pensieri, i quali vengono interrotti e per pochi istanti dalla presenza dei soggetti che voglio fotografare.

Il pensare è la cosa più totale che io conosca e ad essa affido la mia coscienza. L’azione, quella che rappresenta l’attimo decisivo, la lascio all’insondabile che è poi l’alchimia perversa che, priva di controllo e sovrastruttura, determina quella strana magia che è la “creatività” alla quale non rivolgo domande poiché è un dono che ho ricevuto a cui devo essere grato e ingrato ma è un dono  e a un dono non si fanno richieste.

Domande e forse risposte fanno parte di un mondo dal quale preferisco essere straneo il mondo della psichiatria, io invece trovo più intrigante porsi domande, poiché se ci fosse una risposta e se questa risultasse esaustiva, la domanda avrebbe trovato il suo sepolcro, la curiosità grande arma  dell’intelletto, cesserebbe di nobilitarsi e non procurerebbe quell’immenso piacere che è l’attesa.

Io attendo da tempi remoti, tutto, e dal tumulto delle questioni che alberga in me traggo sempre nuove domande ma mai risposte. Guai se qualcuno cercasse di ristabilire ordine in quei tumulti. Ciascuno di noi dovrebbe invece coltivarli con dovizia poiché i tumulti sono la massima fonte di energia del pensiero ed il coabitarci ci permette di partecipare all’evoluzione della specie. Il credere di aver ristabilito ordine nei nostri trascorsi è utilmente inutile tanto quanto il cercare di non respirare sperando di morire.

Considero in primis P. H. Frankenstein e così ogni altra mia vita un fertile bacino di provocazioni, una questione aperta fatta di molteplici domande che vedrebbero nella eventuale risposta il declino della loro essenza.

Nella sostanza quando realizzo immagini il mio compito è materializzare pensieri che poi vengono attraversati da infinite domande, le quali, sono valore aggiunto alle mie opere. Domande alle quali seguono altre Domande, il risultato è nelle Domande, la risposta è solo presunzione!

Se poniamo la stessa domanda a cento persone otterremo cento risposte differenti, questo significa che la risposta non c’è! Non può esserci, la risposta è la cosa che io chiamo il “punto morto”, l’assenza, la “virtù perduta” per un’ansia in meno e un deficit in più!

Ma se proprio mi sforzassi di avere qualche simpatia per la Psichiatria, il mio pensiero cadrebbe su Jung ma per due ragioni che corrono  laterali al suo lavoro: la passione per la natura e soprattutto i suoi studi sull’occultismo per i quali fu ovviamente deriso dai suoi stessi colleghi. Ho per lui una particolare ammirazione poiché è sempre stato fino alla fine della sua lunga vita un outsider.

Tornando al punto, P. H. Frankenstein ha numerosi nemici e questo mi gratifica assai; sono tutti quegli esseri “ allineati” come morti nella loro bara che cercano somiglianze credendosi però differenti.

L’artista crea per distruggere e distruggendo pianifica nuove visioni, anche se il massimo dell’aspirazione di un artista è la “fosforescenza” così che mai ne’ luce ne’ buio possano rendere invisibile la sua opera.

Io che peraltro preferisco definirmi “ Ricercatore”, o semplicemente Fotografo sapete come quei topi da biblioteca ai quali poco o nulla sfugge, prediligo invece “l’opera diafana”  che per essere percepita necessita di un fondo nero impalpabile e sospeso, come la vita stessa quando cerca l’abbraccio della morte.

Ho sempre creduto nel segreto delle cose, nel custodirle, per poi mostrarle un po’ dietro l’angolo. Quasi sempre le mie ricerche vengono alla luce dopo venti o trent’anni dal momento che le ho iniziate. Io non  credo nella contemporaneità bensì penso che un argomento per essere valido necessiti della “ prova del fuoco”: il tempo.

Tutti corrono, io rallento, mi muovo come in una danza che non conosce ne’ regole ne’ ritmi è essa stessa che muove me, nella sua imperscrutabile essenza tribale.

A volte scelgo i contatti delle immagini che ho scattato sulla riva di un lago e ne vedo la ritmica immaginando di scendere i pendii fino a sfiorarne il fondo senza mai però volerlo raggiungere, un po’ come è la vita: IL TUTTO DI UN QUASI.

Mi permetto ora di aggiungere alcuni miei pensieri rivolti a chi investe il proprio danaro nell’acquisto di opere fotografiche ed essendo questa forma di investimento in espansione, anche perché l’abbordabilità oggi di questo prodotto rispetto ad altre forme espressive di investimento è nettamente vantaggiosa e fa comunque sperare all’investitore in un buon affare. Ne sono prova i valori che tali opere hanno assunto in pochi anni ma ancora lontani dai valori di certa pittura.

Io stesso colleziono fotografie e il mio maggior rammarico è solo nel non averne acquistate mai abbastanza. Alcune di queste fotografie in meno di 15-20 anni hanno addirittura centuplicato il prezzo pagato. Ma occorre prestare attenzione a situazioni che spesso hanno portato il collezionista al magro affare, solo per fare un esempio le fotografie di reportage e in genere quelle legate alla professione e non alla ricerca.

Io stesso vendo quelle foto che io chiamo “i lavori”, nel mio  caso ritratti a personaggi famosi che per più di trent’anni ho scattato e pubblicato su Vogue, Sette, Il Venerdì di Repubblica, Harpés Bazar, e che spesso sono state anche importanti copertine a un decimo del prezzo a cui vendo le fotografie di ricerca, ed è ovvio che sia così.

Queste fotografie non sono figlie del sangue che si versa quando l’impegno e l’ingegno sono totali come nella Ricerca, quelle fotografie nascono da committenze certe e ben retribuite almeno così è sempre stato per nel mio caso, dove spesso chi le scatta riceve ossequi, onori e molto danaro.

Il reportage poi come anche la fotografia di architettura un po’ troppo in voga in questi tempi a meno che non siano RICERCA PURA , ma nella maggior parte dei casi sono committenze da parte di architetti, enti pubblici o privati, o patinate pagine di riviste del settore, non dovrebbero neppure venir prese in considerazione dai galleristi ne’ dai collezionisti, se non a buon prezzo!!

Quel materiale, oggi anche troppo pagato, sarà quasi certamente un flop!

Io ho sempre tenuto separate le due cose: committenze da una parte, ricerca pura dall’altra. E ho voluto fin da subito dare alla ricerca valore maggiore unitamente a una tiratura molto stretta e ai “lavori” solo tirature aperte a prezzi contenuti. Inoltre da quando ho iniziato a concentrarmi sul lavoro di ricerca pura ho interrotto qualsiasi RAPPORTO PROFESSIONALE DI COMMITTENZA.

Fortunatamente il mercato offre anche materiale di alto livello che io stesso acquisto e se mi posso permettere un consiglio che va a mio discapito……….. non acquistate mai direttamente dall’Artista ma sempre e solo attraverso i galleristi specializzati e seri e  fortunatamente ve ne sono.

Il nostro è un settore che “brucia” in tempi veloci chi vi si affaccia senza i giusti propositi, quindi cercate di fare i vostri investimenti dai galleristi più seri, magari da coloro che hanno un certo prestigio. Un gallerista serio non rappresenterebbe mai un Artista mediocre!

Un Artista che non riesce a farsi rappresentare da nessun gallerista o è un genio o, come è ovvio che sia, non ha le qualità necessarie per essere!! E questa seconda ipotesi ha qualche avvallo in più.

Prego vivamente chiunque oggi inizi o prosegua una collezione di foto o altro di esigere un documento che attesti da quale ente, galleria o museo il pezzo acquistato provenga. Credetemi nel tempo i pezzi acquistati che avranno tale certificazione assumeranno valore maggiore e maggiore possibilità di scambio o di vendita. Non comprate mai se l’opera non ha questo attestato. Così che certe collezioni “clandestine” scompaiano, o comunque anche esistendo vengano screditate. Il loro valore etico, morale ed economico finalmente scomunicato. RISTABILIAMO PER CORTESIA LE REGOLE! Quest’ultima frase l’ho presa a prestito da Massimo D’ Alema e mi è sempre piaciuta tanto!…….sicuramente di più di “MI CONSENTA”.

Fortunatamente la Fotografia sta cambiando, la vecchia scuola, e mi riferisco a quella anni ’70, partecipa sì ancora alle grandi mostre museali, ma arranca nel mercato e i galleristi si stanno accorgendo della difficoltà a venderne le opere. Al vecchio collezionista fossilizzato e ancorato a quei modelli si sta sostituendo un collezionista diverso, attento a ciò che di nuovo viene prodotto e non mi riferisco al digitale .

Se è  pur vero che il vecchio collezionista mai acquisterebbe un’opera di  altro nome che non i  SOLITI, altrettanto ma in senso inverso fa il NUOVO COLLEZIONISTA!

I primi segni di debolezza io li avvertii, proprio quando questo gran nome della fotografia anni ‘70
tentò nel 2007 di non farmi esporre a Palazzo Te.  Se uno arriva a boicottare un altro è perché ne ha timore!

E comunque anche i collezionisti storici dovranno prima o poi adeguare le loro collezioni ai tempi magari passandole di mano, altrimenti saranno solo “collezioni di un certo tempo”.

Del resto il mondo dell’Arte è pieno di queste stranezze, sembra che tutti, siano paladini di “SEGNI FUTURI”, poi diventano CONSERVATORI INCALLITI! Per fortuna esistono i cambi generazionali!!!

E poi c’è la questione delle tirature numerate di un’opera e, se poi sarà o non sarà vera, a costoro vorrei dire che oggi  esistono le copie fotografiche numerate che se garantite da seri galleristi sono più che attendibili ed anche qui una certificazione ne garantisce la veridicità, ma provate a pensare anche solo tornando indietro di un decennio dove questo meccanismo qui in Italia non esisteva ad esempio, “i Giacomelli”, nessuno sa quante copie esistano! E come per lui per tutte le fotografie degli anni ’50 fino al duemila, poiché prima il problema non sussisteva. Collezionare  la NUOVA FOTOGRAFIA è invece una garanzia almeno a questo riguardo.

Qualcuno potrebbe sostenere di avere le “vintage” del tale e del tal altro, ma nessuno sa di queste vintage quante ce ne siano. E poi diciamoci la verità, se un Fotografo è davvero dedito con tutta la passione possibile al proprio lavoro mai dovrebbe vendere le proprie vintage, semmai come farò io, creare una fondazione a gestione privata con atti legali precisi nei quali  si creino le necessarie condizioni di garanzia affinchè “dando ad esempio” valore zero” alle opere in questione queste non possano essere vendute oppure anche costituendone “esclusivo valore in loco”!

Molte volte le stampe vintage nascono dalla fretta di affermare un’opportunità quindi non possiedono di certo la qualità delle copie “a numerazione” nate solo dopo lunghe riflessioni. E poi per contro vorrei anche dire due cose di questa moda delle stampe di grande formato alcune anche di parecchi mq!!: Artisti produciamo cosa? Carta da parati o riflessioni?

Con Melina Scalise ho deciso di partecipare alla sua idea di Mostra Collettiva Natalizia portando una fotografia di piccole dimensioni, magari un po’ preziosa, ma piccola.

Io stampo personalmente ogni mia fotografia da quando all’età di Nove anni iniziai questa avventura e vi posso assicurare che nessuno se onesto potrebbe affermare che in quei formati giganti ci sia qualità di stampa e sentimento e non mi si venga a dire che la stampa digitale invece……  NO, LA STAMPA DIGITALE e tutta la ripresa digitale sta alla fotografia COME IL BUIO ALLA LUCE. PERALTRO I SIGNORI COLLEZIONISTI farebbero bene a prenderne le distanze se non altro per il fatto che non se ne conoscono  le caratteristiche di stabilità nel tempo e che i test “a invecchiamento rapido pilotato” non hanno alcun fondamento con la realtà!
Nella stampa digitale che oggi prende pure a prestito dalla Vera Fotografia nomi di procedimenti antichi che originariamente sono di una difficoltà estrema, ma di superba qualità, un esempio? “STAMPA AL CARBONE”, che di tutte le sue proprie  peculiarità nessuna è contemplata in quelle digitali e il tutto si risolve in stampe piatte, noiose, meccaniche fatte su carta opaca e ruvidina.  Tutto qui.

Vado a chiudere questa lettura un po’ cattiva con una riflessione: E’ nella mia natura oppormi a tutto, perfino a quel che io stesso penso e sostengo ma c’è una cosa nella quale credo profondamente e alla quale mi è impossibile oppormi, l’ Arte. Ella è una grande anima della quale noi Artisti ne siamo i TUTORI DESIGNATI, e questa anima che vive in noi è solo un lieve sospiro così leggero che può volare ovunque e lasciare traccia indelebile nel pensare dell’Uomo, in fondo la vita reale non esiste,  la dobbiamo inventare di volta in volta, sì proprio così, come in una farsa, che di reale ha solo il proprio fantasticare.

Ciao a tutti e grazie di cuore.

  Giordano Morganti
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