FRANCESCO TADINI, L’ARCHIVIO EMILIO TADINI E UN TESTO SU TINO VAGLIERI

Francesco Tadini (insieme alla dott.sa  Melina Scalise, presidente dell’Associazione Culturale non-profit  Spazio Tadini), curando l’archivio opere e testi di Emilio Tadini, stanno procedendo alla digitalizzazione di una quantità notevole di materiale testuale e iconografico. Verranno progressivamente  collocati  sul sito https://francescotadini.net/ e nelle sezioni dedicate ai testi critici, letterari, poetici, nonché relative alle opere pittoriche e ai disegni. Siamo convinti che sia importante farlo non solo per il valore “storico” del materiale, ma anche per mettere a disposizione di molti giovani artisti il “metodo” di Tadini, e cioè un modo di lavorare che intrecciava continuamente esplorazioni tra scrittura (critica e creativa) e figurazione.

Di seguito proponiamo un testo del 1959 su Tino Vaglieri.

Emilio Tadini, Tino Vaglieri, 1959

Io credo che in questa mostra di Vaglieri si possano identificare due diversi gruppi di opere, che corrispondono a due momenti della sua pittura. La divisione che cercherò di stabilire risulterà probabilmente troppo netta e tendenziosa. Questo però dovrebbe dipendere, nelle mie intenzioni, dalla necessità di chiarire due punti che mi sembrano in questo caso essenziali alla discussione. Una visione delle cose immediata e contemporanea delle opere esposte potrà all’inizio riconoscere naturalmente una integrazione più reale, uno sviluppo più organico. Il primo gruppo di tempere mi sembra collegato da vicino ai quadri dipitni da Vaglieri in questi ultimi anni. In esse la materia ed il colore, estesi e assottigliati, stabiliscono il tessuto vitale dell’opera, entro cui fluisce la struttura dei segni. Il problema dello spazio – questo basilare elemento connettivo di una nuova figurazione – è risolto, mi sembra, nel cedere alla coesistenza dell’oggetto ad una specie di forza generale, disgregatrice prima e unificatrice poi: che in questo definisce essenzialmente la figurazione. Il problema di sostituire nel quadro una sostanza convenzionale con una esistenza effettiva è risolto qui da Vaglieri nell’assumere a valore centrale proprio il momento della dissoluzione: nel rappresentare il dinamismo stesso. In conseguenza di ciò – scomparso un centro definitorio convenzionale dell’immagine – è secondo me la suggestione della “materia” (della luce, del colore) a porsi come punto di coesistenza. Un valore che sembra il residuo oggettivo lasciato dalle deformazione della memoria, dall’insistenza di una sensibilità idealizzante. Un residuo estremamente concreto e corpulento. Il risultato più logico che conlude un’operazione di dissoluzione “ideale”: opponendosi fatalmente ad essa e negandone sostanzialmente la possibilità. (Per fare un esempio, anche se da lontano: l’operazione di certi mistici in poesia, che voleva sganciarsi completamente dal reale per toccare l’ideale assoluto, si risolveva per forza di cose nella propria connessione antitetica: in una serie di immagini parrossisticamente corpose). L’immagine, insomma, distrutta nella sua concretezza banale ma non ancora resa completamente attiva in un nuovo significato, si ri-cristallizza in una specie di struttura astratta. Una suggestione senza oggetto diventa oggettiva in se stessa: nella “forma” della pittura. (In un caso diverso da quello di Vaglieri, è questo, a maggior ragione, il percorso forzato di certo informale o di certo espressionismo astratto americano: dall’intenzionale vitalismo spiritualistico all’effettivo pesante decorativismo dello spessore pittorico. L’immaginazione inconcreta si incarna capovolgendosi per forza nel suo opposto: nella pseudo-sostanza del pittoricismo astratto). Il secondo gruppo di tempere, ed il solo quadro esposto, possono rappresentare secondo me un momento successivo e decisamente importante della pittura di Vaglieri. La coercizione suggestiva in se stessa della materia (coercizione è una parola usata dallo stesso Vaglieri) cede visibilmente il posto ad una nuova organizzazione significativa degli oggetti. Posti, prima di tutto, in un ordine di rapporti più aggressivi. Come se il valore espressivo si spostasse dalla parola al discorso. A una forza generale, tradotta al limite in una immagine fluida e indifferenziata, tende a subentrare una rappresentazione complessa di immagini individuate che si ostacolano, e si determinano a vicenda. Ciò che mi sembra qui più interessante è proprio l’apparire di elementi figurali oggettivamente stabiliti secondo diversi valori di consistenza, e quindi di azione. (Confermando l’idea che è solo assumendo il peso concreto dell’oggetto in una nuova totalità del suo valore e dei suoi rapporti che si può arrivare alla sua più intensa possibilità di significato “superiore”). Prima, il movimento poteva essere lo stato di un mondo figurale risolto in un omogeneità nel tentativo di parteciparne l’essenza generale (fondamentalmente attraverso i recuperi della memoria). Adesso il movimento tende ad essere il risultato di una somma di relazioni, il risultato in azione delle diverse “forze di attrazione” di masse oggettive diverse. Lo spazio non è più definito in una aggregazione generale, nel simbolo fluido della totalità: risulta, piuttosto, dalla azione reciproca di strutture organiche diversificate in profondità. In altre parole lo spazio non è più il luogo (o una forza) cui riportare (o in cui dissolvere) l’immagine: ma un carattere di ciò che ci spazializza. Una zona vuota – e correlativa – tra due profili risulta in questo senso più espressiva e più attiva di una generale fusione. Non è un ritorno all’oggettivazione convenzionale della prospettiva, ma il suo superamento più organico. Mi sembra che la maniera precedente di Vaglieri avesse in sé il rischio di produrre una immagine completamente piena e definita: immobile, al limite, malgrado la cedevole apparenza della materia sensibilistica. Qui invece le immagini ci si mostrano in una possibilità: dato che nel loro funzionamento tendono a rappresentare la loro disponibilità al futuro. All’idea del quadro come recipiente può tornare a sostituirsi l’idea del quadro come strumento.

Emilio Tadini

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Invitandovi a visitare il sito dell’archivio, indichiamo anche a collezionisti e galleristi in possesso di opere di Emilio Tadini di farcelo sapere, per una loro corretta collocazione e numerazione.

Grazie

Francesco Tadini

altri riferimenti:

 

Il sito di Spazio Tadini: http://www.spaziotadini.it/

Il blog di Spazio Tadini: http://spaziotadini.wordpress.com/

Il blog Friplot di Francesco Tadini: http://friplot.wordpress.com/

Francesco Tadini

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Informazioni su Francesco Tadini

Francesco Tadini. Aiuto Regista per alcuni anni al Teatro alla Scala di Milano, dall'Aida con Ronconi a il Pelleas et Melisande con Antoine Vitez. Regista televisivo per RAI, MEDIASET, TVSvizzera Italiana, ZDF, ARTE. Fondatore di tre società di comunicazione video e multimediale. Pubblicitario e consulente per ENI e SNAM Rete Gas. Ideatore e Produttore del primo adventure game multimediale di "Edutainment" in Italia, per ENI e LEGAMBIENTE: "Equilibrium". Ha realizzato per RAITRE per anni come autore e regista (sia dei documentari che delle dirette TV) il programma culturale di punta "Non solo Film" con Giancarlo Santalmassi conduttore. Un anno negli Stati Uniti con più di 1200 interviste realizzate per la RAI. Autore di 51 puntate del programma "La macchina del tempo" condotto da Alessandro Cecchi Paone e in onda su MTV Channel. Gallerista. Blogger. Ha fondato Spazio Tadini con la giornalista Melina Scalise
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