Francesco Tadini: Come una luna

Francesco Tadini ha messo insieme parole, frasi, quasi un poemetto…

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Come una luna

1

“Me n’ero quasi dimenticato:
domani sarà un giorno importante
dovrò fare la valigia”

Ma si può cominciare così?
Mentre forse farei meglio a pensare ad altro luogo altro tempo
più zuccherino, più ricco di cibo-per-pensare…

Come una luna
giro intorno al mio ombelico
senza chiedermi se laggiù sia notte o giorno,
se l’alta marea abbia levato dalle secche una nave,
se il tipo che fissava le stelle con quel lungo cannocchiale
abbia sviluppato una linea di pensiero qualsiasi.

Come luna ho una posizione di vantaggio:
la vicinanza ad altri sistemi che non conosco,
non somigliano, non appartengono, non detengono.
E potrei non somigliare, non detenere, non appartenere.

Dovrò fare la valigia e metterci del tempo. Mi piace
sprecare il tempo quando è poco. E scegliere
– indecisamente – il libro che mi porterà via. E sentire l’odore della valigia
del viaggio passato, nella sabbiapolvere che casca, quando la apro…

2 – Prima rotazione

…- Cecco, prendiamo la nave?
– Perché?
-Per farci portare dalla nave, così.
-Posto ponte?
-Chiaro.
-Umido!
-Unico!
-Economico…

Ci metto del tempo, nella valigia.
Ci metto del tempo e me lo porto dietro.
In forma di polvere. Da fiutare. Ogni giro di clessidra.

Il tipo in divisa da Mikonos disse che i sogni hanno tutto tranne il segnalibro.
Non aveva torto tranne che ci consigliò un posto con una moussaka di merda.

La stella pilota, il problema. Da sempre. Lei.
Bassa pressione ciclonica. Perturbamento.
“Tennemi Amor anni ventuno ardendo…”
Ridendo e bevendo, vantando e annuendo,
cantando provando, gongolando facendo…

Domani sarà un giorno importante.
La nave in porto divora il suo carico
con impeto mostruoso, pantagruelico.
Il capitano, dalla torretta di prua, pura funzione,
assisterà tutta la notte, professionalmente,
alla deglutizione di ogni cosa, viva o morta.

Io sono qui. Me n’ero quasi dimenticato. Come una luna.

3 – Seconda rotazione

Un porto di notte. Una notte in porto.
Talmente presente da traboccare, lasciare
andare, scorrere, non trattenere…

Niente a fuoco, al fumo caldo di casa.
Disegnato ad acqua ogni profilo
-non contiene le forme, non le subisce
il porto di notte apre un sipario di luce
e cala, sulla scena sonnolenta, la figura
ritagliata di una città di cartone, a sfondo.

Entro da destra, dalla parte dei bar.
Sono fermo a velocità costante. Partono
le cose, seguono un tracciato, succedono.
Tutte insieme, frullate, poi evaporate.

“Parlami! Almeno parlami!”
-La prima cosa da dire o l’ultima?
Uno scaricatore invoca qualcuno
dentro a un telefono viola, minuscolo. Sembra
che dica alla nave, a cavalcioni di enorme gomena
avvolta a spira, la mano libera a segnare l’aria
con gesti disperati.

L’aria del porto. Gas particolare. Benigno.
Più denso. Di racconto. Pieno di lavoro, di attriti,
di ferro e sale e corda. Conduttivo di accordi di fatica
di dominanti che si perdono per strada
di armonie esotiche
-forse l’ultimo esotico che resta, ai margini di partenze
di tuo/mio indeterminato.

“Parlami!” e, accanto, giganteschi involucri galleggianti.
Bianchi, con strisce lunghe di ruggine, a racchiudere
chissà quali montagne di cose, chissà quanti
ordinari tesori, spediti da dove a chi, attesi e agognati…
Vorrei che lo sentissi anche tu.

Mentre dal molo di cemento, armato dai pietroni,
si propaga ciò che l’acqua vuol dire
con il suo smisurato tornare-alle-sponde
-con alfabeto afferrabile, forse, in mille anni
e io, comincio a guardare con pupille ben dilatate
nel buio del porto di notte.

Vagando svuotando…
Mi ricordo che avevamo la testa piena di vento forte,
teso, a recuperare “al volo” il senso della vita tua/mia
e tu capace di pescare la carta giusta
e di raccontarla senza incisi, perdendomi e recuperandomi
come aquilone,
con semplici movimenti della mano. Sbaglio?

Una notte senza nebbia, al porto.
Al tipo che salda quei grossi anelli di ferro all’ancora
forse sfugge che sto fissando ancora le sue stelle,
il suo ondeggiante planetario di fuoco, che resterà
anche quando girerò la testa.
Regno retinico, ritenere raggi, racchiudere.

Riapro.

Ho perso il segno, sono. Sogno.

4 – Terza rotazione

“Restare in silenzio a ottanta metri. Non un fiato. Voi non sapete cosa è una bomba di profondità. Poi risalire. Aria. Nebbia. Non credere che potrai raccontare…”

Un vecchio che dice ci blocca un bolo turistico in bocca, a prezzo fisso.

Parole di sangue in viaggio borghese
di corpi sfondati, bolliti, annegati
vera la carne, la guerra, la merda…

annotare: Asse di rotazione del mondo. Stessa faccia stessa razza.

5 – Quarta rotazione

La luce incendiata, l’ombra fatica a scollarsi da sassi roventi…

– E’ come se la collina fosse fatta apposta per dominare terra e cielo…
– Uuuuuh che roba!
– No, dico, gli Atridi, bel pensare a starci vicini!
– A che?
– Terra, terra e cielo, vicini.

Il tempo fermato da enormi pietre. E da Schliemann.
Mi va di essere Schliemann che varca la Porta dei Leoni.
Mi va di pensare che il tempo sia fotosintetico. Fermato da luce
su enormi pietre. Litografato.

Eravamo in due, ora siamo tre. Tu, io, Schliemann.

Da piccolo facevo lo sceriffo Jason. Minacciavo
Sono lo sceriffo Jason. Mani in alto!
Non capivo la storia delle mani in alto: mi piaceva dire…

6 – Quinta rotazione

“Gli squali cominciarono all’alba. Ci salvammo in dodici. Al tramonto trovarono quello che restava.”

Dönitz, tedeschi, sommergibile, americani. Morte, risurrezione.

Il vecchio marinaio ha un ristorante e una mano paralizzata.
All’Albatross si mangia pesce, raro da queste parti.
Nove anni in Turchia, prima del ’43: meccanico e saldatore.
La sua vita addensata in poche parole. Quando parla, vedi forte.

7 – Sesta rotazione

Fissare una ragnatela. Come
esercizio dopo una corsa.
Intatta immobilità, radar, passaggio libero dell’aria.
Correre a perdifiato e fermarsi alla ragnatela.
Sentire il sibilo. Acutizzare.
Per quanto possibile, indovinare
Dove si fermerà il moscerino
Dove la mente al ricordo

Mentre passa il fiatone tutto torna. Ossigenato.

8 – Settima rotazione

Giorno di cemento ad Atene. La città
Sale e s’incasina, dal nulla.
Caldo a presa rapida, su su verso la grande collina ovale
masticando un souvlaki veloce penso veloce
tutto quello che Fidia possa aver consumato di sé, a gola secca, fritto
da un sole apollineo, tra un si e un ma, con tutti gli allievi intorno…

Precipita in pietra, la bellezza, in sostanza.
Dequalifica ogni altro pensiero, ogni smorfia.

Atono, il possedere. Urla la visione. Basta essere lì.

E penso a mio padre, con un souvlaki in mano e la bocca aperta.

9 – Ottava rotazione

Il vecchio marinaio intravvede una figura nella nebbia
una figura che prende corpo
diventa una nave
la morte o la redenzione prendono corpo
il vento porta a sud

il fantasma prende corpo
il terribile, il tremendo, si frantumano con le scheggie del proiettile.

Un minuto per vivere, per scegliere.

Ritorno.

10 – Nona rotazione

Una notte senza nebbia al porto
La mia marcia, ora, pilotata da altra stella,
è un ridere
la perdita è un ridere
il guadagno è un ridere.

Tu che mi dai la misura, forse non sai:
Ho preso in prestito i tuoi occhi, le tue orecchie, il tuo orsetto
e mi ci faccio un giro!
Ruoto come una luna ubriaca
Intorno ai tuoi disegni, domande, piccole bizze…

Tutto è ridere.
Corpo del ridere.

Ricordarsi di ballare con mia madre.

11

Cigola e sfiata, il grande tempio a volta, sferraglia e annuncia. Come sempre.
In trent’anni a Milano sono cambiati tutti i suoni, tranne
Il primo lallare di un bambino
La compilation/stazione con il berretto in ferro e vetro

Agli Oggetti Smarriti giacciono grandi cose
– qualcuno mi ha spiegato che vanno all’asta.
“Non hai proprio idea di cosa perda la gente!”
Si perde più all’andata o al ritorno?

Forse dovrei acquistare un ombrello smarrito. Potrebbe piovere.

Una signora gran collo di pelo
investe un ragazzo – che botta!
con una valigia più dura del diamante
per infilarsi in un negozio di fiori finti,
ricordi finti, made in Dovevuoitu,
per ricordare di ricordare
per spingere fino a casa l’onda lunga del viaggio
nei quattro grani di polistirolo che imbiancano
una cattedrale sottovetro.
Cielo giù, carica. Cielo su, nevica.

Che ore sono?

E’ tutto. Fermo. Rifatto. Rincasato.

Una piccola folla di bisogni ci attende.

Francesco Tadini

Francesco Tadini vi invita a scoprire (seguendo periodicamente il sito) – https://francescotadini.net/  – ciò che si potrebbe chiamare, forse, metodologia Tadini: un lavoro iperquotidiano (mio padre si concedeva poche vacanze, tra l’altro) che univa sorprendentemente scrittura (critica e creativa) e figurazione, che si traduce, ora, in un archivio digitale che verrà aggiornato progressivamente.

altri link di Tadini:

Sito web Spazio Tadinihttp://www.spaziotadini.it/

Friplot di Francesco Tadinihttp://friplot.wordpress.com/

Spazio Tadini blog: http://spaziotadini.wordpress.com/

 

 

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Informazioni su Francesco Tadini

Francesco Tadini. Aiuto Regista per alcuni anni al Teatro alla Scala di Milano, dall'Aida con Ronconi a il Pelleas et Melisande con Antoine Vitez. Regista televisivo per RAI, MEDIASET, TVSvizzera Italiana, ZDF, ARTE. Fondatore di tre società di comunicazione video e multimediale. Pubblicitario e consulente per ENI e SNAM Rete Gas. Ideatore e Produttore del primo adventure game multimediale di "Edutainment" in Italia, per ENI e LEGAMBIENTE: "Equilibrium". Ha realizzato per RAITRE per anni come autore e regista (sia dei documentari che delle dirette TV) il programma culturale di punta "Non solo Film" con Giancarlo Santalmassi conduttore. Un anno negli Stati Uniti con più di 1200 interviste realizzate per la RAI. Autore di 51 puntate del programma "La macchina del tempo" condotto da Alessandro Cecchi Paone e in onda su MTV Channel. Gallerista. Blogger. Ha fondato Spazio Tadini con la giornalista Melina Scalise
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2 risposte a Francesco Tadini: Come una luna

  1. nicoletta metri ha detto:

    Francesco com’è bello leggerti dall’altra parte del mondo!!!
    E’ fantastico. Vai avanti, viaggia…sogna

  2. Pingback: Francesco Tadini: seconda notizia della mini inchiesta sull’enigma dell’artista e del campanile (dalle vacanze di un secolo fa di Tadini) | Francesco Tadini

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