Francesco Tadini, terzo capitolo l’Artista e la Fabbrica – Civiltà delle Macchine: “I capitecnici”, un testo del padre del 1954

Francesco Tadini estrae ancora un testo / reportage d’autore dall’Archivio Tadini. Oggi presentiamo “I capitecnici” di Emilio Tadini, che riteniamo abbia, così come gli altri di questa serie, un discreto valore di documentazione antropologico culturale.

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E. Tadini, I capitecnici, 1954

“Quanto più imponente si rivela in un reparto la presenza dei mezzi meccanici, tanto più intensamente si ha la sensazione della potenza attiva degli uomini che se ne servono.

Come ogni altra cosa al mondo anche le macchine possono essere considerate in astratto o in concreto. Le si considera in astratto quando le si isola da quei rapporti che formano la loro «vita», come se fossero entità assurdamente a sé stanti. E questa considerazione astratta, che omette di valutare in ogni caso il vitale rapporto di origine tra uomo e macchina, porta fatalmente a certi atteggiamenti molto diffusi. Il più importante è un atteggiamento superficialmente moraleggiante: si vede nella macchina il Levitano, il mostro dei terrori del nostro tempo, che travolge la debole vita individuale in una sua fredda e massacrante organizzazione; o, capovolgendo i termini ma con altrettanto riprovevole semplificazione, un onnipotente messia di salvazione e di trionfi. (C’è poi un atteggiamento secondario superficialmente esteticheggiante: la macchina viene considerata come una forma più o meno altamente piacevole, e le si assegna in pratica una funzione assurdamente «decorativa»). Quello che si commette è, se non altro, un errore di scarsa attenzione. Bisogna invece stabilire il fatto molto semplice che la macchina non è e non può essere né Levitano né messia, ma soltanto uno strumento nelle mani degli uomini. Il ragionamento diventa appena un po’ più complesso, e certamente più fruttuoso. Così potremo dire che alcuni uomini possono agire in modo tale da far sì che le macchine diventino un’oppressione per l’«individualità» di altri uomini: e d’altra parte potremo affermare che è possibile agli uomini usare le macchine come potentissimo strumento di civiltà. (E così quella decoratività astratta attribuita alle macchine passerà assolutamente in secondo piano per lasciare posto alla pienezza della loro funzione).
Si può parlare addirittura della bomba atomica: una digressione che non è tanto fuori luogo. Anche questa è in un certo senso una macchina, fabbricata per ottenere un determinato rendimento: nel caso specifico la distruzione di ogni forma di vita in zone sempre più felicemente ampie. Ora, noi stessi, se non ci sorvegliamo, siamo portati con moltissime persone a considerare la bomba atomica come un fatto mostruosamente astratto. È una sorta di comodità metafisica di cui l’uomo è sempre pronto a servirsi, anche a rischio di tutto sé stesso: troppo spesso si scelgono le angosce ineluttabili, piuttosto che quelle da combattere e da conoscere fino in fondo.”

*Nota di Francesco Tadini: quanto è vera, ancora presente e da sottolineare questa affermazione: “si scelgono le angosce ineluttabili”!

Ma un’entità dotata di una assurda vita autonoma, e tale che l’azione dell’uomo no riesce a contrastarvi. Un ragionamento più semplicemente cosciente ci porterà invece a considerare che anche la bomba atomica non è altro che uno strumento nelle mani degli uomini: e che noi possiamo intervenire direttamente on una nostra azione per contrastare e a modificare le azioni di altri uomini. Il fatto che gli strumenti di cui dispongono i diversi gruppi di uomini siano diventati tanto enormemente potenti, non deve confonderci, ma piuttosto convincerci continuamente che la nostra coscienza e la nostra volontà devono essere più pronte e più acute. Per quanto miracolosamente attive, grandi, possano esser le macchine, sono gli uomini che si impongono alla attenzione di chi guarda. Ci si accorge immediatamente, per prima cosa, che quella così dignitosa creatività del lavoro, che un luogo comune tanto poco astuto quanto incrollabilmente sicuro definiva morente con l’artigianato, conserva proprio nelle grandi fabbriche tutta la sua vitalità. L’uomo non è affatto ridotto al ruolo di inerte «ingranaggio», ma conserva tutta la sua carica di individuo che pensa e agisce. Si può anzi dire che quanto più imponente si rivela in un reparto la presenza dei mezzi meccanici, tanto più intensamente si ha la sensazione della potenza attiva degli uomini che se ne servono. Del resto, ci si rende ben conto di un fatto molto semplice: la vita di cui quelle macchine possono godere è assolutamente soltanto quella che è loro concessa dall’uomo. A mezzogiorno nei reparti dove il lavoro si ferma, si assiste ad uno spettacolo assai emozionante per chi lo percepisca: le macchine si trasformano di colpo in immobili forme prive di vita, e c’è una certa cupa ottusità nella loro complessa meccanica così inerte e senza scopo. La vita invece, è fuori, tra gli uomini che leggono il giornale, che parlano tra loro con la sigaretta in mano, che mangiano e ridono e pensano.
La loro autorità.
Mi rendo conto che il discorso sui «capi» in una grande fabbrica è cominciato molto da lontano: ma bisogna dire che visitare una grande fabbrica è un’esperienza che emoziona e commuove molto in fondo. Si vedono molti uomini insieme, e questo è già uno spettacolo che suscita una forte impressione; li si vede mentre agiscono insieme, il che non fa che rendere più impressionante quello spettacolo; e infine quello che essi fanno è qualcosa che si differenzia da una creazione «pura» soltanto perché è assai più drammatico: essi lavorano, collaborano tra di loro per costruire, per dar vita a una materia che oppone tutta la resistenza della sua inerzia. Oltre a questo li si vede operare in una ambiente grandioso, piegare senza fatica alla loro volontà macchine potenti e mansuete. È il discorso che si faceva prima, sull’autorità dell’uomo che risalta più impressionante vicino alla potenza dei suoi strumenti: che uomini come lui hanno costruito, che ora egli usa a suo piacimento,e che distruggerà come vorrà quando i suoi bisogni glielo suggeriranno. Senza dubbio una scena e degli attori che consentono tutti gli entusiasmi della mente.
Ma c’è un altro pericolo da superare nel caso nostro: un altro peccato di astrazione da evitare (un genere di peccato che si offre sempre con tutte le lusinghe della facilità), quello di lasciarsi andare a costruire un’immagine fredda ed esteriore degli uomini che lavorano nella grande fabbrica, di considerarli partecipi di un tipo umano assurdamente standardizzato, di identificarli con troppa superficialità secondo le esigenze di una specie di «figuratività» retorica. Il pericolo insomma di dimenticarsi che ogni gruppo di uomini non ci si offre soltanto come tale, ma anche come insieme di personalità individuali, dalla cui intensità dipende anzi principalmente la forza del gruppo stesso.
Ma se questo pericolo, come si è detto, ha le lusinghe della facilità, il superarlo porta la gioia di sentirsi confermare continuamente una umanità tanto alta e forte quanto affettuosamente conosciuta e comune. Cercando di conoscere questi uomini – per quanto ciò è possibile in un incontro brevissimo, e dovendo superare l’imbarazzo suscitato dal timore di offendere con un brusco tentativo di comunicazione – sentendoli discorrere della loro vita, della loro famiglia, delle loro passioni, l’impressione generale non è frantumata, ma confermata e arricchita. Questi uomini non sono entità astratte vitalizzare unicamente dalla loro funzione nell’ambiente della fabbrica, ma individui, con tutta la maestosa dignità della loro coscienza, dei loro pensieri, della loro volontà. La cosa è evidente, ma sarebbe troppo pericoloso dimenticarselo.
La scelta.
Per fortuna il mio tema mi ha costretto a fermare l’attenzione proprio su alcune delle persone che lavorano in una grande fabbrica: non potevo perdermi in false considerazioni. Ho visitato la «S. Eustacchio», un grande complesso che costruisce macchine utensili di grandi e medie dimensioni, ma la cui produzione caratteristica sono i cilindri di ogni tipo. Lo stabilimento sorse nel 1887 per costruire dei cilindri, e cominciò ad ampliarsi proprio per essere in grado di produrre le macchine necessarie a quella fabbricazione. Nella «S. Eustacchio» lavorano quasi duemila persone: ed una cosa molto interessante, mi è stata fatta rilevare dal signor Mario Benetti (che mi ha guidato nella visita con ogni cortesia e premura): ogni macchina fabbricata qui è praticamente un prototipo. Non ci sono macchine in serie, e così si può dire che ogni ordinazione propone tutta una serie di nuovi problemi, dallo studio alla progettazione alla esecuzione. E questo dà una idea dell’alto grado di qualificazione richiesto a tutti coloro che lavorano in questo stabilimento.
Avrei dovuto fare un articolo su alcuni tipi di “capitecnici”. Ma quando sono arrivato allo stabilimento mi sono a corto che la parola non aveva quel senso preciso che io credevo e non indicava una particolare funzione di lavoro. Allora ho girato per i reparti, avvicinando gli uomini che costituiscono la gerarchia più direttamente organica rispetto al lavoro della fabbrica, a più immediato contatto con esso: quelli che sono chiamati «capi». Non mi sono curato di scegliere persone la cui autorità fosse quantitativamente simile: ho soltanto cercato di conoscere alcuni uomini la cui posizione fosse direttamente attiva, sul lavoro, ma con funzioni di guida rispetto a un gruppo di lavoratori dei diversi reparti. E ho sentito come quella qualifica di «capo» – capo del reparto prove materiali o capo forni, capo progettista o capo tracciatore .- acquistava dalla sua funzione evidente, insieme con tutti i suoi limiti naturali, una moralità e una esattezza come in ben poche altre accezioni. Ho percepito insomma come in questo caso la gerarchia si stabiliva con una logica armonica, nel suo aderire nel modo più vitale allo sviluppo di una attività; e come il valore che ne deriva a chi ne fa parte è tutto valido, perché tutto «garantito» da un reale modo di essere: di lavorare. Non importa qui, in altre parole, che le cognizioni di cui deve disporre, per esempio, Antonio Fabrini, capo del reparto prove materiali, siamo assai più complesse di quelle richieste a Emanuele Abeni, capo forni, che la responsabilità dell’uno e dell’altro siano del tutto diverse: importa saper riconoscere nell’uno e nell’altro quella funzione di guida, di «capo», entro l’organismo umano che agisce nella grande fabbrica, e sentire di quella funzione tutta la moralità così semplicemente profonda e autentica.

Nota numero 2 di Francesco Tadini: non va dimenticato che questo testo è del 1954 e, per così dire, è totalmente immerso in un clima di ricostruzione post-bellica!

Sono ancora dei rapporti umani, che mi si sono chiariti nella visita ai grandi reparti di una fabbrica di macchine utensili e di cilindri. Ma mi accorgo che sarebbe stata un’ingenuità aspettarsi qualcosa di diverso: come per esempio brividi di compiacimento estetico di fronte alle evoluzioni violente delle sbarre di ferro rovente, o sotto la mole elaborata di qualche grande macchina. (Senza contare poi che il fascino «strano» che avrei potuto provare di fronte a determinate forme meccaniche, sarebbe dipeso soltanto dalla mia ignoranza delle loro funzioni pratiche: le macchine possono dare un senso di piacere mentale e di immaginazione, soltanto quando le si può seguire anche approssimativamente, nella loro attività nella loro «esistenza», per quanto limitata e servile essa sia).
Per documentare i miei incontri, tutti davvero fortunati ed estremamente coricali e umani, ci sono le fotografie e le didascalie. Peccato che non si possano sentire le voci e vedere questi uomini muoversi, nella realtà del loro ambiente e della loro situazione umana. Ma quello che ho detto finora dovrebbe, per quanto è possibile, avere proprio una funzione dinamica.”

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Anche oggi, Francesco Tadini rinnova l’invito a visitare il link  https://francescotadini.net/ , sito e Archivio Tadini e il “particolare” blog http://friplot.wordpress.com/ : FRIPLOT

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Informazioni su Francesco Tadini

Francesco Tadini. Aiuto Regista per alcuni anni al Teatro alla Scala di Milano, dall'Aida con Ronconi a il Pelleas et Melisande con Antoine Vitez. Regista televisivo per RAI, MEDIASET, TVSvizzera Italiana, ZDF, ARTE. Fondatore di tre società di comunicazione video e multimediale. Pubblicitario e consulente per ENI e SNAM Rete Gas. Ideatore e Produttore del primo adventure game multimediale di "Edutainment" in Italia, per ENI e LEGAMBIENTE: "Equilibrium". Ha realizzato per RAITRE per anni come autore e regista (sia dei documentari che delle dirette TV) il programma culturale di punta "Non solo Film" con Giancarlo Santalmassi conduttore. Un anno negli Stati Uniti con più di 1200 interviste realizzate per la RAI. Autore di 51 puntate del programma "La macchina del tempo" condotto da Alessandro Cecchi Paone e in onda su MTV Channel. Gallerista. Blogger. Ha fondato Spazio Tadini con la giornalista Melina Scalise
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