Carlo Carrà e Giorgio Morandi: l’esperienza della pittura metafisica

Francesco Tadini

Francesco Tadini Archivio: Maestri del Colore n 278

Carlo Carrà e Giorgio Morandi: l’esperienza della pittura metafisica – A De Chirico si affiancarono nell’avventura metafisica due altri pittori italiani: Carrà, dal 1916 al 1921, e Morandi per due anni, nel 1918 e nel 1919. La loro partecipazione ha però un senso molto diverso da quel­lo dechirichiano, cui è complementare; poiché essi vi portano la chiarezza formale, e quasi classica, italiana.

Dalla introduzione a “Dal Surrealismo alle correnti più recenti” al volume XXVIII della Storia della pittura ne “I Maestri del Colore” dei F.lli Fabbri, di Roberto Tassi.

La parte di Carrà è più complessa, come era stata la sua formazione; lavorando a stendere l’atmosfera rarefatta, il vuoto pneumatico che dà agli oggetti il nitore solidificato di un tempo immobile, assottigliando la splendida superficie plastica della materia tirata ormai ad una essenzialità assoluta, stemperando residui di cubismo, in­canti prospettici alla Paolo Uccello, intensità cromatiche tra lombarde e francesi, profondendo così non ango­scia, non ironia né inquietudine, ma solo stupore sospeso della realtà, Carlo Carrà raggiungeva nella Natura morta con squadra, nel Cavaliere occidentale, in Penelope, nella Composizione TA, nell’Idolo ermafrodito, un livello assai intenso di quella poesia plastica per immagini, che costituisce il filone centrale della più autentica tradizione figurativa italiana. Partendo dal tentativo di captare l’illuminazione provocata dai « baleni delle cose ordinarie » e di conoscere quindi la realtà venendo “dalle profondità alle superfici” Carrà giunge a raccontarci, delle cose, le avventure profonde, nel loro umano e misterioso consistere.
La parte di Morandi è più essenziale, di una perfezione assoluta; nei suoi pochi quadri metafisici ogni cosa è immobile in un equilibrio così arrischiato che basterebbe un soffio a interrompere; non c’è solo però in queste opere la purezza dell’antica misura spaziale italiana o la sostanza solida di una forma portata alla sua eterna definizione, ma anche, a volte, penetrato dagli interstizi di uno spazio che sembrerebbe a tenuta perfetta, il soffio leggero e inquieto di un’atmosfera magica, quasi a tratti medianica, oggetti sospesi nell’aria, fogli fluttuanti, privi di peso, una bottiglia decapitata, come un nero fantasma.
Arcangeli trova che “d’incontro con la metafisica ferrarese, Giorgio Morandi espresse una diversa concezione spaziale con cui ha sempre fatto i conti nel corso della sua arte; per eliderla, magari. Questa concezione di spazio profondo, non più sospeso entro la sottile e squisita intercapedine delle sue dimensioni, è in lui nuovo e schietto respiro corale. Morandi sceglie la metafisica come voluto approfondimento dei suoi valori plastici e nell’alluci­nante tensione morale e poetica di quella volontà è il suo unico tributo alla poetica di quella scuola”.
La pittura metafisica scioglie la sua tensione nel giro di pochi anni, ma esercita influenze durevoli sui successivi movimenti europei, anche in direzioni diverse, quasi opposte: la più evidente è quella sul surrealismo francese. Ma, presentata a Berlino nel 1921, se ne trovano influssi diretti in alcune opere di Grosz del 1921 e del ’22 e, in seguito, e soprattutto per la concezione dello spazio e la preminenza delle forme plastiche, su quella parte degli artisti della nuova oggettività, che sono stati riuniti sotto la formula del realismo magico; e forse è po­tuta arrivare, attraverso queste vie complicate, fino all’oggettualismo della pop art.

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