Dada, l’anti-arte e la libertà dadaista – storia delle correnti artistiche

Francesco Tadini

Francesco Tadini Archivio: Maestri del Colore n 278

Dada, l’anti-arte e la libertà dadaista – storia delle correnti artistiche. Dada, che nasce e si sviluppa quasi negli stessi anni della pittura metafisica, non ha con questa rapporti né vera unità di intenti. Abitano però lo stesso versante della fantasia e dell’irrazionale, ed hanno in comune la diffidenza verso un concetto dell’arte finora regolarmente accettato. Ma la pittura metafisica compiva la sua rivoluzione all’interno dell’arte, stringeva l’immagine dentro le strutture plastiche e uno spazio, che rimaneva lo spazio della pittura; si poneva al di là solo in senso psicologico ed emotivo; non era totalmente eversiva, ma portava a una tensione completamente nuova, e quindi rivoltata, fatti in parte antichi.

Dal testo introduttivo a “Dal Surrealismo alle correnti più recenti” di Roberto Tassi, nel XXVIII  volume della Storia della pittura de “I Maestri del Colore” dei F.lli Fabbri.

Ma l’in­sieme di manifestazioni dello spirito artistico dell’uomo del Novecento che va sotto il nome di dada è invece eversivo di ogni condizione che si dava prima nell’arte: è avanguardia solo parzialmente, poiché non rispetta neanche le regole dell’avanguardia; soprattutto non è un movimento poiché non ha dati teorici o programmatici che possano determinare un minimo di coesione tra i suoi aderenti, se non quello appunto di non averli, di rimanere nella più completa libertà e anarchia nei confronti non solo di ogni corrente artistica, ma dell’arte stessa. Il concetto fondamentale di dada è quello dell’anti-arte; nella sua furia negativa e poiché vuole veramente partire da zero, dada nega per prima cosa l’arte, e quindi l’artista; nega l’arte come concetto di creazione spirituale, l’artista come uomo che crea sotto l’influsso dell’ispirazione. Vuole dissacrare questi miti più elevati, e i miti di tipo tecnico che ne discendono, cioè la distinzione fra le arti, la pittura come tecnica rigorosa fatta sempre in un certo modo, con determinati materiali (pennello, colori, tela ecc.). Dada fa entrare nuovi materiali nella pittura e inventa, con questi, oggetti nuovi, che costituiscono il quadro. Ma nella libertà dadaista c’è posto naturalmente anche per opere dipinte con metodi tradizionali, e allora sarà il soggetto ad essere anti-artistico (Picabia che dipinge regolarmente delle macchine che non hanno funzione vera ma simbolica o anche solo irritante).
Insomma l’unità (se così può chiamarsi) dadaista era data solo dalla disposizione intellettuale. Scrive Hans Richter, uno dei protagonisti della nuova rivolta: “Il dada non fu caratterizzato, come altri stili, da unitarietà formale; esso ebbe però una nuova etica artistica dalla quale nacquero, in verità inattese, nuove forme di espressione. Questa nuova etica trovò espressioni assolutamente diverse nei diversi paesi e nei diversi individui, a seconda del centro interiore di gravità, del temperamento, della provenienza e del livello artistici del singolo dadaista. Essa si manifestò in modo talvolta positivo, talaltra negativo, ora come arte, ora come negazione dell’arte; talvolta essa apparve profondamente morale, e talaltra assolutamente amorale”.
Da un certo punto di vista dada è un fenomeno che corrisponde, sul piano intellettuale, a quella esplosione che fu, sul piano fisico, la guerra mondiale; si sviluppò infatti, contemporaneamente nei due paesi che erano fuori dal conflitto, la Svizzera e l’America; fu lo scoppio dello spirito di rivolta in seno a una civiltà giunta a un punto estremo di maturazione. Nello stesso tempo era ribellione contro la guerra e sua condanna; coltivava nel suo seno delle forze di autodistruzione.

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