Edilizia Moderna: città come organismo estetico, di Ugo Ojetti – dalla rivista di architettura

Antonio Sant'Elia

Antonio Sant’Elia, progetto per una stazione, 1913

Edilizia Moderna: città come organismo estetico, di Ugo Ojetti – dal numero 81 della rivista di architettura. Ora se v’è un’arte che ha da essere proprio nazionale, anzi regionale, anzi adatta alla postura e all’indole d’ogni singola città, è proprio questa del tracciare nuovi piani e nuove strade obbedendo alle necessità del clima, del suolo, dell’acqua, della veduta, del traffico; e a fare i cosmopoliti come oggi è di moda più nelle parole, per fortuna, che nelle opere, si può inciampare a ogni voltata. Il Giovannoni parla chiaro: « Per l’accordo con lo stile cittadino, la difficoltà maggiore consiste nel pregiudizio dell’antilocalismo, se non addirittura nell’internazionalismo che è portato dall’adeguarsi delle abitudini di vita, dalla rapida trasmissione dei concetti architettonici, dalla facilità dei trasporti che consente l’uso di materiali di altre regioni, dai procedimenti costruttivi nuovi che hanno moduli costanti. Molte di queste condizioni sono essenziali e inevitabili; ma molte altre sono il portato di sciocche esagerazioni da provinciali, di cui converrà pian piano fare giustizia ». E in questi anni abbiamo tentato di farlo con parole adeguate. Dei tanti elementi, infatti, d’utilità, di comodità, di pensiero che contribuiscono a definire il tracciato d’una città, le teorie preconcette sono sempre state le più pericolose Gli equivoci degli igienisti sono stati in questo campo più gravi di quelli degli artisti. Non dovevano i grandi falansteri dei casamenti popolari salvare finalmente la salute e la morale del popolo?

Marcello Piacentini

Marcello Piacentini, progetto per il concorso del nuovo centro di Bergamo, 1907

La verità è che bastò nei vecchi quartieri portare con l’acqua pura, con le fogne, coi regolamenti d’igiene la difesa continua con­tro le infezioni, per risanarli senza demolirli, ed essi risultarono più favorevoli dei nuovi casamenti costruiti con tanta spesa e con tanto fragore di promesse
Col mutare delle mode nelle leggi di profilassi e più col mutare e accelerarsi delle comunicazioni, (un tanto rapido mutare che non è da escludersi si possa un giorno andare a vivere tutti abbastanza lontano dalla città ridotta a centro d’affari, di riunioni e di commercio) il costruire e demolire è diventato così frequente che vi sono in America quartieri rifabbricati due e tre volte durante la vita di un uomo. Di questo sperpero s’è addirittura fatta una teoria, e la casa, considerata solo come una macchina di temporaneo e comodo ricovero, è per questi straricchi teorici da mutare spesso, come avviene per le macchine vecchie appena s’inventi una macchina nuova. Si rilegga, chi ha tempo, in Plutarco ciò che Augusto disse a Pisone quando andò a visitare la nuova casa di lui: «Tu mi consoli, o Pisone, poiché fabbrichi con l’intendimento che Roma debba essere eterna ».
Ma i capricciosi amanti delle novità affermano che sia da fascisti e da italiani il criterio ­posto, quello della caducità fin delle case. Sul­l’avvenire delle città come organismo sociale, sul costo delle case operaie e delle città giardino, sul presente e sull’avvenire della circolazione urbana, sulle orme per agevolarla e regolarla, sul modo di preparare i nuovi piani regolatori, Gustavo Giovannoni ha scritto capitoli d’una dottrina e d’una esperienza che, se questo libro sarà tradotto in altre lingue, faranno testo anche oltre confine. Ma a noi oggi importa quello che il Giovannoni scrive della « città come organismo estetico ». La  concezione puramente meccanica e materialistica nell’arte del costruire, voglio dire la teo­ria per la quale basta costruire bene un edifi­cio e mettere in mostra gli elementi di cui è costituito per avere una bella architettura, egli la rifiuta anche nella creazione delle città e dei nuovi quartieri. Puro tecnico, pessimo tecnico. Pel rinnovamento delle città italiane il Giovannoni fissa due principi sui quali ormai sono d’accordo gli urbanisti più autorevoli. Il primo è che, a trasformare oggi il vecchio centro delle nostre città in un centro di movimento e d’affari, si commette un errore insanabile da cui derivano i mali più lontani e inaspettati, co­me di chi affanni un vecchio cuore con fatiche e passioni nuove. Bisogna invece pei nuovi bisogni creare risolutamente nuovi quartieri, distribuendo in zone diverse quello degli affari, quello delle industrie e quello delle abitazioni. La difesa, insomma, delle vecchie città destinate a progredire, è alla periferia. Il secondo principio è l’accorto diradamento dei vecchi rioni…

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