Architetture e costruzioni, di Margherita Sarfatti, 1925 – da Edilizia Moderna

Gio Ponti

Gio Ponti, Progetto di chiesa alla I Biennale romana, 1921

Architetture e costruzioni, di Margherita Sarfatti, 1925 – da Edilizia Moderna. Ma perchè, fra i tanti problemi di tutte le arti, non si parla mai in Italia dei problemi di architettura? A Milano, come nelle altre grandi città, ogni anno, a novembre, si fa la rassegna delle più mediocri statue del Cimitero Monumentale e di Musocco; si dedicano colonne di cronaca alle più modeste esposizioni di carte acquarellate o disegnate. E chi si è occupato o si occupa seriamente dell’edilizia della strada, che tanto posto tiene nella vita d’oggi? E per cominciare, bisognerebbe forse chiedere se esiste un’architettu­ra in Italia oggi; in Italia, dove sorsero città, le più belle del mondo, e ancora mostrano, malgrado tutto, le tracce dell’antica armonia? Se andiamo nei quartieri nuovi di queste stesse vecchie città, appare lecito dubitarne. Appare confuso e smarrito persino il senso che i nostri vecchi avevano, i più umili, i muratori, i manovali, della costruzione, come opera, innanzitutto, di ordine e di solidità. Oggi, non si sa più, nella maggior parte dei casi, nemmanco disporre le finestre.

Cimitero Monumentale

Mario Palanti, Mausoleo Palanti al Cimitero Monumentale di Milano, 1930

La simmetria, che non è ancora l’armonia, ma ne è pure un primo elemento, la simmetria è ripudiata, non per considerazioni e scopi di superiore armonia ma come contraria alla scapestrataggine del « genere artistico » che fu la più ridicola tra le camuffature filistee. Una borghesia dell’arte non abbastanza solida e proba per vantarsi d’essere borghese, non abbastanza elevata per giungere ad essere interamente artista inventò il romanticismo delle cravatte, dei cappelli, e dei capelli, tutto a svolazzi. E svolazzi pure, non linee, adornamenti; niente di statico, non forme costruttive, ma di capriccio fu l’arte « liberty » il cosiddetto « stii nuovo » quale appare nel continente. In Inghilterra no, la sua patria fu più seria e si contenne con mag­giore sobrietà pratica e maggior fedeltà allo stile settecentesco — lo stile della Regina Anna — che l’aveva originato. Giornali e riviste dovreb­bero pur additare gli errori delle costruzioni nuo­ve, perchè si cercasse di evitarli in futuro; do­vrebbero additare al pubblico gli architetti giovani d’oggi, i quali si sforzano di evitarli. Si è grida­to, per esempio, contro la Ca’ Brutta di Via Prin­cipe Umberto, che in certe parti realmente mostra una pletora di particolari inutili e in generale rap­presenta una raffazzonatura di principi stilistici disparati e stridenti. Ma certi altri lati del discus­so edificio sono bellissimi; così la base sino a metà altezza e il grande porticato cavalcavia ad arco e a terrazzo: italiano di pretta tradizione. Per tacere d’altri, vi è fra noi, a Milano, l’archi­tetto Arata, architetto, non abborracciatore di speculazioni bottegaie, vi è un giovane, Mario Chiattone, che lavora con probità di cultura e di intenti. Qualche cosa di buono si fa a Firenze; a Venezia Brenno del Giudice pensa e studia e si ispira con modernità d’animo agli antichi. E poi vi è Roma. Il figlio del vecchio ingegnere Piacentini, a cui Roma deve molte costruzioni pubbliche, Marcello Piacentini jr, è uno degli architetti più in voga, oggi, a Roma.
E’ sua la invenzione di una cupola mobile per teatro e cinematografo, che applicò a Firenze e, nel cinema di San Lorenzo in Lucina, alla capitale. E’ uomo di gusti moderni e di sottili elegan­ze. Ha decorato con accorta grazia, piacevole e un poco esotica, la Sartoria Montorsi, sta riattando a piccolo albergo di gran lusso il mirabile palazzo degli Aldobrandini, presso la Banca d’Italia, sulla Salita Magnanapoli. Di fronte al macchinoso ge­lato di fragola e panna che è il nuovo Palazzo del Parlamento, lo stesso Piacentini sta innalzando il nuovo Palazzo della Banca d’Italia con uno stile semplice — assai più consono al glorioso stile romano, a quella grave e posata architettura di travertino che imbiondisce al sole. E’ merito in parte anche del travertino con la sua colorazione ricca e sobria, se Roma—la vecchia Roma — somiglia più che ad una costruzione ad una crea­zione organica della natura; qualcosa di simile ad un miracoloso scoscendimento di tufo scol­pito. Pure a Roma, l’architetto Alberto Calza Bini, nelle case della Cooperativa « Leonardo », per esempio, seppe risolvere il difficile problema del caseggiato vasto e piano, con felicità di moven­ze, che gli evitano il carattere di caserma. E così hanno fatto, ancora a Milano, gli architetti del cosiddetto « grattacielo », la casa di 12 pia­ni in fondo al Corso Vercelli.
Ma perché il Calza Bini ha aggiunto stentate e misere decorazioni di graffito e pittura alla sua bella linea costruttiva; perché gli architetti hanno voluto abbellire il grattacielo con un motivo falsamente ornamentale di mensole arrovesciate, che inverte l’architettura dell’edificio, con una specie di pancia portata su due gambette? L’architettura è innanzitutto prima che decora­zione, linea di autorità logica e di evidente convinzione statica. Queste linee maestre regolano l’armonia estetica.

Annunci

Informazioni su Francesco Tadini

Blogzine fondata dal centro culturale Spazio Tadini di Milano. Per info: francescotadini61@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in architettura, edilizia e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.