Architetti in Lombardia, di Giovanni Muzio, dalla rivista Dedalo, 1931

Gio Ponti

Gio Ponti, Emilio Lancia. Padiglione alla Fiera di Milano, 1927

Architetti in Lombardia, di Giovanni Muzio, dalla rivista Dedalo, 1931 – materiali di studio dalla biblioteca della Casa Museo Spazio Tadini. Trovare nella fervida ed intensa ripresa edilizia del dopoguerra in Italia caratteri architettonici definiti ed omogenei è difficilissimo; la fretta, l’eterogeneità degli autori, l’incertezza del gusto hanno generato dappertutto la più caotica confusione. Rari sono gli esempi, soprattutto di continuità, ed uno chiaro, benché limitato nel nu­mero delle fabbriche costruite, e purtroppo sommerso nell’immensa congerie delle altre costruzioni, è quello milanese. Singolari ne furono la origine ed i caratteri; non sorse al seguito di un maestro che ne stabilisse le regole, ma dall’opera risultata spontaneamente concorde di alcuni giovani architetti che, ultimati i loro studi allo scoppiare della guerra, soltanto dopo la lunga parentesi di questa iniziarono il proprio lavoro. La loro preparazione s’era dunque svolta nell’ambiente eclettico e vario anteriore al 1915, nel quale a Milano si andava spegnendo l’indirizzo di Camillo Boito volto al Medioevo, e le ricostruzioni in stile (imperava lo stile lombardo o il barocchetto) si alternavano al cosiddetto moderno ancora florealeggiante od esotico. La guerra aveva fortunatamente spezzato l’ordi­nario svolgimento di una carriera. La prolungata permanenza nel Veneto, il soggiornare nelle ville palladiane e in luoghi di viva architettura aveva in loro lasciato preziose esperienze, dei loro studi non potesse avere alcuna pratica realizzazione. Gli esempi più buoni ed originali del passato apparvero con sicurezza quelli di derivazione classica e particolarmente a Mila­no quelli del primo Ottocento; a esempio, la via Monte Napoleone, alcuni tratti del corso Vittorio Emanuele, la piazza Beigioioso, ora contaminati o minacciati da inutili sventramenti.

Fiera di Milano

Alberto Alpago Novello, Ottavio Cabiati. Padiglione alla Fiera di Milano, 1931

Lo spirito civico era sorto a Milano, dopo i grandiosi progetti napoleonici, quando nella città, divenuta capitale del Regno d’Italia, si eressero moltissime case private, e con esse archi trionfali, porte monumentali, caserme ed ospedali, con nuovi criteri prospettici e di simmetria, di tale imponenza da dare a gran parte dei quartieri un nobile e severo carattere ottocentesco. Fu necessario per questi architetti, chiamati per antonomasia « gli urbanisti », riattaccarsi ad esempi così illustri, convinti della bontà fonda- mentale del metodo. Come per l’urbanistica anche per l’architettura s’impose un ritorno al classicismo, in modo analogo a quanto avveniva nelle arti plastiche e nella letteratura. Le fonti che si riconoscono in questo movimento architettonico sono pure: le epoche di massimo splendore e nelle quali fu più estesa la diffusione di omogenei caratteri estetici: dagli ultimi secoli dell’Impero romano al XVI secolo, al neoclassicismo. Questi grandi periodi del passato si vedono studiati non nei singoli monumenti e nei motivi sporadici, ma nei loro autori, nei testi dei teorici, e negli elementi immanenti ed eterni. Gelosamente fu ricercata e voluta l’assoluta ita­lianità, e talvolta forse si cadde nel regionalismo, ma mi sembra un merito grande l’essere sempre rimasti fedelissimi alla maggiore nostra tradizione viva e continua nei secoli. Ciò avvenne per gli eclettici, ai quali qualunque cosa era permessa pescando in tutti gli stili e in tutte le epoche. Potevano anzi da essa derivare monotonia e rigidità. Infatti fu rimproverata a questa architettura la freddezza; ma, in epoca di transizione come la presente, .credo che l’austerità ed anche la freddezza, quando siano il risultato di severa selezione di motivi e di ornamenti, riescano sa­lutari. Tutti i periodi di fiore dell’arte cominciarono con una certa timidezza castigata ed anche con stento, mentre invece gli svolazzi e le variazioni fantastiche e le bizzarrie ne accompagnarono sempre il tramonto. Forse fu piuttosto da lamentare, specialmente negl’imitatori, la ripe­tizione stucchevole di elementi secondari decorativi, timpani e timpanetti, obelischi, nicchiette, sfere, spesso usati a sproposito, merce di contrabbando sotto la bandiera del rinnovamento. Da tali basi teoriche che oggi si vedono più chiare di allora, quando nel fervore dell’entu­siasmo erano forse più intuite che esplicite, ciascuno trasse variamente il carattere delle proprie opere. Oggi, dopo dieci anni, è di qualche soddisfazione il vedere come questi architetti siano riusciti a tener fede ai loro propositi e come oramai non si possa più considerare questo movi­mento come uno sporadico tentativo, ma gli si debbano riconoscere un certo numero di opere di notevole valore. E se non sono ancora chia­ri gli sviluppi ulteriori che potrà avere, nè i nuovi caratteri che potrà assumere col mutare delle condizioni economiche e sociali, questo movimento architettonico segna già una profonda esperienza ed una base solida dalla quale può derivare l’architettura di domani. Se i caratteri stilistici sono diversi nei singoli artisti, fu in tut­ti comune un vivo desiderio di semplicità, di nudità; fu da tutti aborrito il facile ornamento riempitivo, la decorazione cementizia, la complicazione degli oggetti, delle cornici, delle sagome, e ricercata piuttosto la sincerità e la bontà del materiale. Non vollero che la casa fingesse il palazzo, nè la villa il castelletto. Oggi questi sembrano concetti quasi ovvi, ma le primissime fabbriche suscitarono in Milano reazioni violentissime. Questa volontaria modestia, o meglio il voler adeguare ogni edificio al suo scopo, urtò contro la borghese retorica del voler comparire magari col finto antico e il finto marmo. Qualsiasi bizzarria sarebbe stata permessa, ma non l’andar contro al mal costume del tempo. A poco a poco l’esempio si è però diffuso, troppo sovente con spuri caratteri; ma qualche cosa si è ottenuto anche se spesso i convertiti, nonostante le teorie di colonne e gli schemi classici, lascino sempre scorgere il vecchio eclettico gusto. E’ opportuno illustrare oggi complessivamente questo movimento di restaurazione classica, perché a mio giudizio esso è una netta reazione non soltanto al declinante eclettismo prebellico ma soprattutto alle mode straniere. Esso poteva venire scambiato per una strana anomalia, derivata da una sordità provincialesca mentre tutta Europa era in convulsione e ansiosa di estreme novità, oppure per una ripresa di facili e scolastiche regole. Invece si trattava di un movimento originale e di ben più profonde ragioni. Infatti, se riguardiamo la storia della recente architettura, vediamo come i movimenti architettonici europei più definiti, ad esempio quello olandese, derivino con rigida coerenza dalle premesse romantiche della metà del secolo scorso, dalle teorie di Ruskin e di Viollet- le-Duc, dai sofismi già allora diffusi, che cioè dall’impiego di nuovi materiali (allora il ferro, la ghisa, il vetro) dovesse sorgere d’improvviso una nuovissima arte; e i nuovi monumenti erano i Palazzi di Cristallo, la Galleria delle macchine, la torre Eiffel. Abolito ogni legame col passato, che in tutta Europa significava da secoli influenza soprattutto italiana, sì aprivano le porte a tutti gli esotismi e alle stramberie. Una perfezionata tecnica e organizzazione sociale, che portò in ottant’anni di sforzi continui a pregevoli risultati nella costruzione delle case, non riusciva invece a forme persuasive e stabili nell’architettura propriamente detta. Da noi si partì contemporaneamente con le stesse premesse. Però soltanto in alta Italia tali teorie si diffusero ed ebbero attuazione. Dapprima il medievalismo strutturale fu opposto alla così detta retorica classica; poi sorse il floreale; poi l’esotismo ibrido di forme indiane ed orientali, accompagnate tuttavia ad uno stanco e spurio classico detto greco-romano perchè vi potesse star dentro comodamente ogni cosa. Ma, nonostante i vivi entusiasmi e una farragine di costruzioni, le successive fasi di queste varie tendenze, i cui araldi usavano gli stessi argomenti e, direi, le stesse parole dei presentì fautori di novità ad ogni costo, ebbero una durata effimera. A Milano le esperienze furono più vistose che altrove e non fu lasciata intentata nessuna audacia. Ma appunto per ciò il ciclo fu anche più rapido, e proprio qui poté sorgere dopo la guerra, per opera di questi architetti, quasi tutti esperti tecnici, usciti dalla scuola di ingegneria, da una revisione di tutto il passato, questo nuovo spirito classico.

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Informazioni su Francesco Tadini

Francesco Tadini. Aiuto Regista per alcuni anni al Teatro alla Scala di Milano, dall'Aida con Ronconi a il Pelleas et Melisande con Antoine Vitez. Regista televisivo per RAI, MEDIASET, TVSvizzera Italiana, ZDF, ARTE. Fondatore di tre società di comunicazione video e multimediale. Pubblicitario e consulente per ENI e SNAM Rete Gas. Ideatore e Produttore del primo adventure game multimediale di "Edutainment" in Italia, per ENI e LEGAMBIENTE: "Equilibrium". Ha realizzato per RAITRE per anni come autore e regista (sia dei documentari che delle dirette TV) il programma culturale di punta "Non solo Film" con Giancarlo Santalmassi conduttore. Un anno negli Stati Uniti con più di 1200 interviste realizzate per la RAI. Autore di 51 puntate del programma "La macchina del tempo" condotto da Alessandro Cecchi Paone e in onda su MTV Channel. Gallerista. Blogger. Ha fondato Spazio Tadini con la giornalista Melina Scalise
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