Vasco Pratolini: il romanzo

Vasco Pratolini

Vasco Pratolini e la rivista Quaderni Milanesi, diretta da Oreste del Buono, dialogano sul romanzo

Vasco Pratolini e Quaderni Milanesi: dialogo sul romanzo – Chiunque si sia occupato di lei in questi anni, Pratolini, ha insistito sulla data di nascita della sua opera. Il suo primo libro, Il tappeto verde è del 1941, al limite, insomma, della stagione ermetica : può dirci quali sono stati i suoi rapporti con quella corrente : vi ha appartenuto effettivamente, ne è effettivamente rimasto influenzato in tutto il primo periodo del suo lavoro, e, comunque, cosa ne pensa adesso, in una prospettiva quasi storica?

Vasco Pratolini

L’ermetismo non fu soltanto poesia, fu anche critica e costume, né esautorò mai l’esperienza narrativa. La sua identificazione della letteratura come vita, il continuo colloquio con le letterature straniere, lo stesso conflitto apertosi nelle sue file, concorsero a preservare buona parte di quella fermezza morale che venne poi a riversarsi nella cultura democratica. Certo, il suo rifiuto al­l’ideologia, come l’istanza cattolica che vi serpeggiava, se erano altrettanti segni rivelatori del suo anticonformismo, ne rappresentavano nello stesso tempo il limite maggiore. Ecco perché va assunto come una lezione che non poteva lasciare eredità … In tutto questo, il mio lavoro di quegli anni (1936-1940) non ha nessuna importanza. Debitore di un movimento che nel rigore dello stile, nell’effusione e insieme nella essenzialità dei sentimenti esprimeva il meglio di sé, già con Via de’ Magaz­zini (1942) suppongo di esserne stato fuori. Sussiste la lietezza mia privata di avere percorso, come condiret­tore di «Campo di Marte», come amico e come sodale, un pezzo di strada insieme ai maggiori poeti della mia generazione. . . Ciò che oggi dobbiamo considerare, non è l’agnosticismo degli ermetici, che in età fascista si configurava in una presa di posizione anche politica, ma le risorgenti teorizzazioni di un désengagement che sembrano annunciare le condizioni per nuove forme di dittatura borghese. Voglio dire che qui non si tratta più, secondo la felice espressione di Vittorini, di pifferai della rivoluzione ; oggi come oggi, poniamoci attenzione, la letteratura italiana, pur ricca di personalità e di opere, rischia di battere strepitosamente i piatti al neocapitalismo.

Quaderni Milanesi

Dopo le prime pagine, riconosciute di carattere prevalentemente autobiografico, si è a lungo classificata la sua opera sotto l’etichetta del neorealismo. Lei ritiene che il neorealismo sia stato un movimento unitario della nostra letteratura oppure solo una formula di comodo per avvicinare più autori, più testi magari profondamente dissimili, un’approssimazione, insomma, lontana dalla verità?

Vasco Pratolini

Il neorealismo, è evidente, non fu né un movimento unitario né una «scuola». Tuttavia, non mi limiterei a parlare di etichetta e di formula di comodo. Ciò che consentiva di riunire sotto un unico denominatore autori tanto diversi tra loro, era il bene della libertà appena riconquistata, lo slancio comune di far coincidere uno stato d’animo generale con un’operazione culturale e ideologica i cui termini non permettevano più evasioni e giochi dell’intelligenza, questo secolare marinismo della nostra letteratura, così facile, così scoppiettante, e così bète . . . Era l’ora della verità, e anche la personale disperazione, l’incapacità di comunicare, dovevano fare i conti con il «sangue delle cose» : come sempre, soltanto che allora non si poteva fingere di non accorgersene e tentare di mistificarlo. Per quanto orecchiato, il marxi­smo a cui un po’ tutti bruciavamo incensi, seppure consentiva di definire come tali i fìgliolini di Zdanov, ci te­neva tutti giustamente confitti tra i fiori e il pantano della realtà . . . Non si poteva parlare d’altro, sentiva­mo di non averne il diritto. Quando i nutrimenti della storia (ecco un’altra verità ch’era impossibile rifiutare !) si disvelano nelle ore della cronaca che esige la tua partecipazione, tutto, a partire dai tuoi privati fantasmi, di­venta meno importante … La crisi, poi, del cosiddetto neorealismo, sancì un 18 aprile letterario, dal quale emerse con quanta dose di «innocenza» diciamo, era stata trattata una materia incandescente. Fu, nuovamente, l’eclisse dell’ideologia. L’istanza realista, espressa in chiave naturalistica alla fine dell’Ottocento, decadde per lassismo. Al momento in cui si sarebbe dovuto incominciare a maneggiarlo, cotesto fuoco, e vedere dal­l’interno il personaggio operaio, a rendere paradigmatico di tutta una condizione sociale il personaggio borghese, quando avremmo dovuto risalire dagli effetti al­le cause della realtà che giorno per giorno ci assedia, si preferì il salto che rimise in pari la letteratura con la vita. La violenza che il narratore è tenuto ad operare sul suo tempo, prese ad indugiare su argomenti esornativi, non si esercitò più sui problemi di fondo : il crocevia dove Balzac e Stendhal, Education sentimentale e Guerra e Pace, procedono affiancati; dove l’angoscia di Kafka dà la mano al delirio di Dostoievski; e Faulkner e Sciolokov da un lato, Pasternak e Hemingway dall’altro, ci intro­ducono, come dei classici ormai, alla conoscenza delle due diverse civiltà che condizionano il mondo contem­poraneo . . . Non ci si costrinse più a cogliere, nella rap­presentazione di un ambiente, «le ragioni del suo movi­mento». Pungolati da un’esigenza di modernità, giusta nei suoi termini opinabile nelle sue resultanze, ci si ri­proposero nuove tecniche, nuovi sofismi, per azionare ancor più vecchie poetiche, ancor più longevi strumen­ti.. . Del resto, la svolta letteraria degli anni Cinquan­ta non ha forse corrisposto all’arretramento dei partiti operai, di tutti i partiti operai, su posizioni unicamente difensive; e allo spavaldo avanzare della «nuova bor­ghesia», apportatrice di benessere, a che prezzo fruito ce lo dirà l’avvenire più immediato? Non si assiste forse quotidianamente al fenomeno, documento d’una terribile condizione degli spiriti, per cui la vita pubblica di uno scrittore, le sue professioni di fede, i suoi interventi di cittadino, sono infinitamente più avanzati, progressivi, illuminanti della sua opera creativa? Quando Robbe -Grillet, per esempio, sostiene che uno scrittore deve a- vere «la piena coscienza dei problemi attuali del suo proprio linguaggio, la convinzione della loro estrema importanza, la volontà di risolverli dall’interno», dice qualcosa di molto giusto, e di molto arcaico. Di elementare. Ma quando aggiunge, sottoscritto da molti dei no­stri, che questa è la sola forma di engagement, «la sola possibilità di restare un artista e anche, senza dubbio, per via di conseguenza oscura e lontana, di servire un giorno forse a qualcosa, forse alla Rivoluzione stessa», non si può fare a meno di osservare che la prima conseguenza chiara e vicina è che per intanto, ancorché non autorizzati, se ne giovano i suoi (e nostri) De Gaulle . . . Ovvia­mente, il mondo cammina; guardarlo adesso con gli occhi del ’45 e del ’50 sarebbe ridicolo più che ozioso. . . Senonché, invece di tenere il passo con la problematica del realismo, approfondendola nel tempo, anticipandone le lacerazioni, si è preferito accantonarla. Questo non significa averla risolta o superata; tanto meno che essa non rappresenti ancora oggi la misura del nostro lavoro, il più spregiudicato.

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Lei ha avuto due critiche; due fazioni si sono schierate per il lirismo dei testi iniziali o per la cronaca dei testi a quelli immediatamente successivi. Quando con Me­tello ha inaugurato la trilogia «Una storia italiana», mentre la prima fazione ha insistito nel rimproverarle il progressivo allontanamento dall’atmosfera privata delle prove autobiografiche, la seconda fazione s’è divisa, a sua volta, in due tronconi : uno entusiasta per il «costruttivismo» della nuova opera ha asserito e proclamato il suo definitivo passaggio dal neorealismo al realismo, l’altro ha ostentato perplessità o addirittura ostilità nei riguardi del suo tentativo di approfondire e dilatare la cronaca nella storia. Questo non è un invito alla polemica con i suoi critici, ma caso mai a chiarir meglio loro il senso del suo lavoro : come giudica il disorientamento con cui amici e nemici hanno accolto il secondo titolo della trilogia, Lo scialo?

Vasco Pratolini

Probabilmente per la sua novità, o per la sua mole. In verità, credo di non avere nulla da chiarire, se non in­vitando a una rilettura meno frettolosa e meno passionale. Si scoprirebbe tra l’altro che diversi personaggi de Lo scialo sono gli stessi, coi loro nomi e situazioni, di Una giornata memorabile, dei Poveri Amanti e di Metello, reintrodotti non per civetteria, ma perché indagati nei loro casi umani da un punto di vista decisamente razionale, mentre originariamente erano rappresentati ancora dentro la sfera dei sentimenti; e che la presenza del sesso è sottolineata in quanto componente non secondaria dell’oscurantismo e della barbarie borghese. Lo stesso quadro d’insieme del romanzo, ambisce a trovare un’unità nella pluralità delle voci, registrate attraverso la loro segreta eloquenza, e nella comune vicenda, l’una illuminante la storia e il destino dell’altra il che, casomai, ribalta ma certamente non ripropone il monologo interiore.
Ripeto, questi sono fatti marginali; e io detesto le au­todifese. Dirò piuttosto che i contrasti suscitati dai pri­mi due libri di «Una storia italiana», mi sono stati preziosissimi: mi hanno costretto a rimeditare tutto il mio lavoro e a persuadermi della sua sostanziale ragio­ne: ho scelto una strada lunga che non consente né precipitosità né aggiramenti. (In tal senso, per limitarmi a due maestri, le diverse accoglienze che Lo scialo ha tro­vato, positiva in Salvatore Battaglia, negativa in Emilio Cecchi, si compensano. Meglio, l’aver messo d’accordo, fin negli aggettivi, Carlo Salinari e Padre Nazzareno Fabretti). Il solo rischio, enorme, che corro, è nella du­rata di questo impegno, nella capacità di resistere all’u­miltà che esso comporta. . . Certo, è un lavoro comples­so, molto scomodo, molto importuno, che mi ha preso anni e altri me ne prenderà, con periodi di un vuoto desolante, paralizzato dall’ambizione, e vacanze forsen­nate da cui come in questi giorni ne esco con delle «cronache familiari» nelle quali, sicuramente, si continue­rebbe a ritrovare la mia «vera natura e vocazione». Ma non è questo che adesso mi interessa. Io, e penso che questo nessuno mi vorrà contestare, non ho mai scritto per scrivere, per ornamento, per abitudine, per noia, per obbligo professionale, neanche quando ho fatto del giornalismo e da cronista sportivo mi sono interessato di calcio, di ciclismo e di atletica. Ho sempre scritto: l’ho già detto in un’altra occasione, è il mastice che mi tiene fisso al tavolo anche per mesi, così come durante degli anni addirittura ne rifuggo come fosse un lazzaretto : fio sempre scritto per raccontare a me stesso in primo luogo qualcosa che mi premeva conoscere, degli uomini esat­tamente, e della vita, che non mi riusciva di trovare al­trove, che appena intuivo e dovevo quindi di volta in volta scoprire; e rendermene conto e contraddirmi, pur di arrivare a intravedere uno spiraglio di verità. . . Uno spiraglio di verità è retorico ma è così: sempre troppo stretto, e che ogni volta pretende di essere approfondito, riesplorato in altra direzione o per insistenza. D’altron­de, non sarò mai capace di riprendere in mano un lavo­ro già stampato (decidendomi a licenziarlo l’ho perdu­to) ; si tratta piuttosto di scrivere un nuovo libro, che poi è sempre lo stesso libro. Adesso ho voltato le spalle all’opera ispirata : non ha ancora finito di tentarmi que­sta work in progress, un libro ogni cinque anni magari, non vedo altra salvezza: questa inesauribile presa di conoscenza, per cui, come dicevo, consumata ogni emo­tività, risalire dagli effetti alle cause della realtà che ci coinvolge; e dove conquistare, di volta in volta, il lin­guaggio intrinseco alla materia, quel lavoro sulla forma donde il contenuto esce migliorato (Gramsci) : dall’e­sterno all’interno del personaggio, dalla coralità alla psicologia. Una marcia d’avvicinamento verso il cuore dell’uomo moderno, colpendolo nelle sue sopravvivenze, nelle sue verità sotterrate, nelle sue persistenti perfidie. Qualcosa ben al di fuori del laboratorio, che assomiglia alla ricerca ma esclude la sperimentazione. Poiché, qui da noi, l’energia che muove l’universo non è dove, con opere anche sicuramente durature in quanto esse mede­sime frutto di una sopravvivenza, si crede di desumer­la. .. È in tutto quello che per gran parte noi ignoriamo e che supponiamo di tenere a bada. Mentre molto spes­so teniamo a bada noi stessi, col nostro stesso fragore.

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In occasione dell’ultimo premio Strega, quello vinto da Ferito a morte di Raffaele La Capria, l’abbiamo veduta battersi per Delitto d’onore di Giovanni Arpino, e non abbiamo ben capito il suo impegno a difendere e sostenere un romanzo che ci pare l’incarnazione dei peggiori difetti del periodo neorealista, difetti neppure più giustificati da una situazione storica, sociale, cascami ottocenteschi addirittura usati freddamente, formalisticamente. Può darsi che sbagliamo noi, ma potrebbe spiegarci la sua scelta? Una sua spiegazione ci aiuterebbe, eventualmente, a correggere un nostro errore di visuale.
Vasco Pratolini
È molto semplice: ho sostenuto il romanzo di Arpino per l’autenticità e il significato del suo contenuto, anche se nel suo insieme Delitto d’onore può dare l’impressione di un’opera volontaristica, dove la realtà è soprattutto interrogata e poco dialettizzata, reinventata, sorretta e strutturata dalla fantasia. Malgrado questo, Arpino, e ne ha dato delle prove molto più esaurienti, con La suo­ra giovane per esempio, è tra i narratori della sua generazione uno che ha cose e non ectoplasmi, da raccontare. Non c’entra il romanzo di tipo ottocentesco, c’entra semmai il pericolo, che non riguarda lui solo, di una certa disponibilità. Là dove la scelta diventa determinante.

Il dialogo di Oreste del Buono con Vasco Pratolini viene pubblicato nel 1962 sulla rivista Quaderni Milanesi ed è, oggi, anche in consultazione  nella biblioteca della Casa Museo di via Jommelli 24: Spazio Tadini a Milano, fondata e diretta da Francesco Tadini e Melina Scalise. 

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Informazioni su Francesco Tadini

Francesco Tadini. Aiuto Regista per alcuni anni al Teatro alla Scala di Milano, dall'Aida con Ronconi a il Pelleas et Melisande con Antoine Vitez. Regista televisivo per RAI, MEDIASET, TVSvizzera Italiana, ZDF, ARTE. Fondatore di tre società di comunicazione video e multimediale. Pubblicitario e consulente per ENI e SNAM Rete Gas. Ideatore e Produttore del primo adventure game multimediale di "Edutainment" in Italia, per ENI e LEGAMBIENTE: "Equilibrium". Ha realizzato per RAITRE per anni come autore e regista (sia dei documentari che delle dirette TV) il programma culturale di punta "Non solo Film" con Giancarlo Santalmassi conduttore. Un anno negli Stati Uniti con più di 1200 interviste realizzate per la RAI. Autore di 51 puntate del programma "La macchina del tempo" condotto da Alessandro Cecchi Paone e in onda su MTV Channel. Gallerista. Blogger. Ha fondato Spazio Tadini con la giornalista Melina Scalise
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