Emilio Tadini: Alik Cavaliere


Emilio Tadini, Alik Cavaliere – Le avventure di Gustavo B., cat. mostra (Galleria Levi, arte contemporanea, Milano, giovedì 21 marzo 1963), [s.n.], Milano, 1963

Qualche anno fa. mentre stava formando quelle creature chiuse fra lastre di vetro e irresistibilmente tese alla metamorfosi (a molte metamorfosi e molto contraddittorie: da uomo a bestia e viceversa dalla tortura subita alla violenza vitale esercitata contro il vuoto e contro la loro stessa prigione), Alik Cavaliere, probabilmente, non si rendeva conto di essere intento a dar vita a quelli che sarebbero stati il padre e la madre, i «predecessori» di Gustavo B., il suo personaggio attuale. Anzi, per dir la verità non se ne rendeva conto affatto. Ma l’autenticità di questo rapporto di parentela molto stretta è indiscutibile. È qualcosa di cui, adesso, non si può evitare di parlare. E se le sorti di questa avventurosa famiglia mettono fuori causa ogni riferimento alle vicende private dell’autore, tanto meglio. Non avremo bisogno di romperci la testa per cercar di scoprire in rappresentazioni piene di tanti significati una serie di simboli che si riferiscano soltanto al carattere o agli atteggiamenti (che saranno nobilissimi e singolari, non si mette in dubbio, ma che appartengono a un’altra situazione) del signor Cavaliere.
«I predecessori» sono personaggi non deformati, ma formati dalla emozione, dallo sforzo di significare. In queste statue, la plastica è sconquassata per permettere a una serie di emozioni molto concrete e movimentate di assumere immediatamente una forma altrettanto concreta e movimentata. Andando avanti a orecchio si potrebbe a questo punto tirar fuori il termine espressionismo, e usarlo come chiave per l’interpretazione. Ma sarebbe un errore. L’espressionismo ortodosso ha preso un’immagine tradizionale dell’uomo e l’ha bombardata dall’esterno con una certa carica di emozioni. Questa non è soltanto una metafora più o meno felice. È un fatto. E buona parte delle involuzioni dell’arte contemporanea, fino all’astrazione informale, derivano proprio da questo fatto. A furia di colpire e di deformare quell’immagine, si è arrivati a una disgregazione totale, e poi, fatalmente, al puro gesto – più artigianale che titanico – dell’artista intento a rappresentare astrattamente gli elementari simboli visivi della propria furia o del proprio languore, attraverso tutte le debite sfumature. E la «bella forma», cacciata dalla porta, rientrava dalla finestra, dopo essersi mutata l’abito, o la maschera. Per quanto riguarda il padre e la madre di G. B., l’immagine del personaggio non consiste nei resti di qualcos’altro: è costituita, piuttosto, in un vero organismo originario, davanti al quale non si saprebbe stabilire dove finisce l’articolazione fisica e dove incomincia la espressione del sentimento, perché le due cose diventano una cosa sola. E questo organismo vivente rappresenta e incarna per noi una situazione di crisi ma non protestataria, una certa dose di fatica e di dolore ma anche molta aggressività, e la forza di sopravvivere ancora e la volontà mescolata alla pena per le molte sconfitte subite.
Da genitori così complicati e rigorosi – in un certo senso dei veri manichei – non poteva nascere che un conformista, oppure G. B. (Del resto si potrebbe dire che G. B. risente anche degli influssi del suo contradditorio fratello – inesistente proprio perchè da lui inesorabilmente abolito. Sembra che si diverta a sfidarlo, a imitarne gli atteggiamenti in una parodia trasparente). Bisogna riconoscere che G. B. non è fatto, fisicamente, come i suoi genitori. Ha gambe che sono gambe, e braccia che sono braccia, e una testa che è una testa. C’è qualche approssimazione: ma si ha l’impressione che G. B. non abbia deliberatamente voluto soffermarsi a precisare con troppa cura i particolari dei propri lineamenti, e per due ragioni: per potersi adattare con sbrigativa verosimiglianza ad ogni circostanza, e per evitare l’aneddoto.
I genitori di G. B. tendevano a vivere, è inutile negarlo, in un austero isolamento. (Le loro complicazioni, in fondo, erano il frutto di quella scelta). Ma G. B. rinnega questa solenne abitudine di famiglia. Quelle metamorfosi portate faticosamente alla luce dal fondo del proprio cuore e della propria pancia non fanno per lui. Se accetta in eredità dai proprio genitori una certa instabilità, egli però la esteriorizza nei rapporti con gli altri e le cose, e rifiuta ogni propensione per la clausura domestica. G. B. non si tortura complicandosi fra quattro spietate pareti di vetro a causa del mondo e illudendosi di risolverlo o di celebrarlo. Il mondo, lui, vuole vederlo e viverci. Un po’ «picaro» e un po’ conformista (vedi il riferimento al contraddittorio fratello mancato), e comunque molto avido, decide di andarsene. E così arriva in città.
Dall’arrivo in citta (queste rappresentazioni di paesaggio potrebbero anche costituire, fra l’altro, una specie di monumento avvenieristico dell’era atomica molto espressivo) incominciano le vere e proprie avventure di G. B. E a questo punto è inutile cercare di raccontarle con le parole. È molto meglio seguirle, in atto, nelle sculture. È un racconto, questo, così intenso, che mette fuori luogo – anzi, polverizza addirittura – ogni idea della plastica. Meglio non citare i valori delle scene realistiche di certe piccole sculture egiziane, o di certe formelle narrative medievali. O al massimo conviene appunto citarli con l’aria di non volerlo fare. Quello che conta, qui, è che l’idea plastica, equivalente della «bella pittura» e della retorica letteraria – formalismi tutti e tre duri a morire -, non viene sostituita da un’altra invenzione plastica, occasionale, strana, o scandalosa tra virgolette: ma dalle impure e complicate esigenze del racconto. Il surrealismo che agisce in queste sculture non riguarda l’iconografia o le esteriorità di una maniera dell’immaginazione. Riguarda qualcosa di più profondo: la libertà delle associazioni, l’imperturbabilità certe volte quasi svagata nei rapporti con ogni oggetto, quale che sia la sua natura e la sua capacità di mutare.
Non è possibile stabilire l’esatta proporzione in cui si mescolano commedia e tragedia, banalità e invenzione, ironia e abbandono. Ma è proprio il riconoscimento dell’impossibilità di questa definizione ad aprirci la strada giusta per entrare in questo mondo, in queste storie, tra questi personaggi: dentro a questi fatti tanto ambigui e limpidi. Poi, dopo la provvisoria parola fine, avremo il tempo di renderci conto dell’eccezionale valore del fatto artistico cui abbiamo occasione di assistere.

– Per qualunque informazione sui testi e sulle opere di Emilio Tadini: Archivio Eredi Tadini, contattando Francesco Tadini alla mail:  ft@spaziotadini.it

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