Emilio Tadini: Mino Ceretti


Mino Ceretti, 1984, cm 50x70, dedicato a Emilio Tadini

Emilio Tadini, Mino Ceretti, Vanessa, Milano, 1976  

Frammenti con figura

Se si guarda un certo numero di quadri di Mino Ceretti e poi ci si chiede: “Qual’è la prima, e la più forte impressione che ho avuto? Che cosa mi ricordo, soprattutto, di questi quadri che ho visto?”, credo che quasi tutti risponderemmo: “Mi ricordo qualcosa che va in pezzi!” E questa impressione mi sembra fondata. (Naturalmente ci sono altre cose, altre figure, nei quadri di Mino Ceretti. Ma questo tipo di immagine è molto frequente e di grande rilevanza). In quel modo visibile messo insieme da un gruppo di quadri di Ceretti si mostrano – prima di tutto – cose che si rompono, che si spaccano. Si mostra l’atto dell’andare in pezzi.   Qual’è la causa che produce questo andare in pezzi? È una causa esterna o una causa interna? Voglio dire: Ceretti rappresenta qualcosa come una forza naturale, una specie di ciclone simbolico, così violento da mandare in pezzi il mondo e la visione – oppure Ceretti rappresenta un disfarsi delle cose causato da un venir meno, al loro interno, della forza che le teneva insieme? E tutto questo che cos’è – una specie di allegoria?   Il paragrafo precedente mette avanti soltanto una serie ai domande. A queste domande non è necessario rispondere. Ma forse sarebbe meglio dire addirittura: a queste domande è necessario non rispondere. Che un dipinto ci induca a porci certe domande senza imporci con eccessiva evidenza alcuna risposta è una ottima cosa. Forse è la funzione essenziale della vera pittura, questa. Forse è la funzione essenziale della poesia stessa. Impegno e piacere, inquietudine e quiete che vanno in qualche modo iniseme . . .

L’unica domanda alla quale vorrei cercare di rispondere è la domanda che diceva: “E tutto questo che cos’è – una specie di allegoria?” Ma anche qui mi sembra di voler rispondere soltanto in un modo che forse potrebbe sembrare eccentrico, ma che non vuole assolutamente esserlo. Mi sembra di voler rispondere quasi nello stesso tempo con un sì e con un no. (Che, nonostante tutto, non equivale a non rispondere. Il meccanismo non è affatto lo stesso). In modo che dobbiamo contentarci per un momento di passare di continuo dall’una all’altra risposta, da sì a no – mettendo in crisi, e arricchendo, ognuna delle due risposte con l’altra che la nega.

Nei quadri di Ceretti le immagini non parlano “d’altro”. E mostrando se stesse che mostrano quella verità verso la quale tendono. Ma, subito dopo vorrei dire: nei quadri di Ceretti, le immagini parlano anche di altro, parlano di una verità che dovrebbe mostrarsi “dalla parte” verso la quale quelle immagini tendono – di una verità che si collega nello spazio di una allusione. Come se quelle immagini volessero anche poter essere il segno di un altro linguaggio. Quale potrebbe essere questa verità di cui cerco di parlare? Con molta cautela – e dopo aver indicato ancora una volta i quadri di Cerettiin modo che non ci venga fatto di perderli d’occhio – potrei accennare a come viviamo, e a che cosa pensiamo sul nostro modo di vivere, noi, oggi, in questo tempo. Potrei accennare a quella che è la nostra crisi, alla nostra mancanza, teorica quanto pratica, di coerenza. Ma, ripeto, a tutto questo bIsogna accennare, e con grande cautela. E poi bisogna subito tornare a guardare i quadri. Se ne vogliamo parlare, di questi quadri, non dobbiamo dimenticare che è lì dentro che ci mostrano – in figure – il punto d’arrivo e insieme la via per arrivarci.

Ho parlato di quell’immagine di “cose a pezzi”, e dello stesso processo dell’“andare in pezzi”, che si mostrano con tanta frequenza nei quadri di Ceretti. Vuol dire allora che Ceretti rappresenta il togliersi di una struttura delle cose, anzi il suo essere distrutta violentemente da una forza – interna o esterna. che la soverchia? Questo è un argomento plausibile – e ho anche accennato al fatto che ci sembra di intuire quale -sia il senso – per noi, oggi – di questa immagine: Ma questo mi sembra soltanto un momento del discorso che procede in questa pittura e da questa pittura. Un quadro di Ceretti non rappresenta soltanto un insieme di cose spezzate e il loro spezzarsi, per indurre in qualche modo in noi il rimpianto per uno stato precedente di interezza, di integrità, o il desiderio di riformarne in qualche modo uno nuovo. Un quadro di Ceretti rappresenta anche, e forse soprattutto, la capacità che è nella pittura e in noi, (stavo per dire: la forza che è nella pittura e in noi) di guardare questo sfacelo. Non soltanto di sentirlo oscuramente o di parlarne con qualche fatua chiarezza. Dico proprio di guardarlo, di contemplarlo. Allora, se nel dipinto noi possiamo guardarla, quella catastrofe, vuol dire per un momento – anche solo per un attimo – noi possiamo tirarcene fuori, e starne fuori. (Che cos’è – qualcosa come la temutissima “evasione”?

Evasione, evadere. . . Un termine accusatorio pesantissimo, quando veniva appioppato a un libro o a un quadro. Vi ricordate? Ma un termine anche un po’ ridicolo. Basta pensare che il meritorio contrario avrebbe dovuto essere uno “stare dentro” – che vuole anche dire “stare in prigione”). Questa estraneità momentanea – che prima di tutto fonda lo spazio in cui può prodursi lo sguardo – mi sembra, nei quadri di Ceretti, stabilirsi anche come condizione primaria di qualcosa come uno scampo, una salvezza. Scampo, salvezza, certo: ma tali da consentire di… Di “superare” qualcosa? Di fare, di fabbricare – o di immaginare – qualcosa che assomigli a una totalità, a una unita? Di conoscere al di là di ogni illusione l’oscurità e il disordine? Di consentire a una plastica fedeltà della nostra mente e delle nostre sensazioni a un mondo che si dà nel momento stesso e soltanto nel momento in cui va a pezzi e infinitamente si distrugge? Mi rendo conto del fatto che ognuna di queste proporzioni interrogative è rozza e limitata – e oltre a tutto tende forse a caricare la pittura di Ceretti di un peso didascalico e moraleggiante che può essere fastidioso. Ma può darsi che prendendole tutte insieme, queste proposizioni – chè si confondano un po’, e vadano un po’ sul vago – esse possano avvicinarci a qualche senso. Che naturalmente non conviene specificare più oltre.   Al posto di quelle “corrispondenze” che costituivano il tessuto del testo simbo1ista, agisce, nei quadri di Ceretti, una specie di forza che mette con violenza insieme oggetti ed elementi diversi – e che illustra la separazione non solo di ognuno di quegli oggetti dagli altri, ma anche dei frammenti che in quegli oggetti erano “un tempo” composti in un tutto. Ma nell’immobilità dell’immagine dipinta, per un attimo (in una specie di feconda illusione ottica e teorica) può capitarci di non sapere più se questi frammenti sono colti e raffigurati nell’atto di tendere alla dispersione o in quello di tendere al ricongiungimento. “Sappiamo” che questa è una specie di esplosione. Ma qualcosa ci induce, per un momento, a dubitarne. Qualsiasi cosa stia accadendo, è chiaro, comunque, che sta accadendo con violenza. E l’etimo della parola “simboleggiare” è proprio “gettare insieme con violenza”, (Cose che “insieme”, evidentemente, non erano). Il discorsetto si chiude in qualche modo tornando al suo principio.

Cose che vanno in pezzi… Cose, frammenti, anche, che si mescolano. Come se associazioni, si producessero, da frammenti di cose dissociate.   Frammenti di natura irrompono dentro gli interni. La natura-paesaggio si precipita dentro gli spazi chiusi sotto forma di pittura, di materia interamente dipinta. Potrebbe essere una figura del togliersi tempestoso e rumorosissimo di tutte le saracinesche che dividevano l’interno – il paesaggio psichico – dall’esterno? In modo che, senza piu illusioni, noi possiamo vedere che il fiume in piena di quello che con qualche approssimazione potremmo definire il “processo della natura” fluisce impetuosamente fin dentro i capillari più sottili del nostro sistema circolatorio psichico…   Che tutto il cataclisma si scateni proprio perché – a causa di un ben determinato processo “tecnico” – il dentro e il fuori, come termini rigorosi di confine e di stato, non possono ormai che andare a farsi benedire? Forse che sia proprio il togliersi di questa provvisoria struttura teorica a produrre un pandemonio del genere? Se proprio non lo afferma esplicitamente, la pittura di Ceretti sembra, a volte, dubitarne. E sembra indurre in noi questo dubbio. Una condizione inquietante, forse anche drammatica. Ma probabilmente “necessaria”. Ricorrente esplosione originaria…

Prima ho parlato di frammenti. Forse, parlando di questa pittura, frammenti non è proprio la parola giusta. Ma posso anche non tornare indietro a correggere, a sostituire la parola con un’altra. In qualche modo anche la parola “frammenti” agisce in questo discorso. Però bisogna fare una piccola precisazione. I pezzi che qui, in questi dipinti, vediamo separati, non si sono ancora costituiti in una stabile condizione di frammento, in una “autonomia” di frammento, se la contraddizione può avere un senso. Ci mostrano, ai bordi, questi pezzi, ferite fresche: il segno, ancora della lacerazione…   La citazione cubista, in una delle serie di Ceretti, è citazione non tanto di un testo quanto di un procedimento. Demolizione di un ordine e provvisoria ristrutturazione. Così, mediante questa citazione, la pittura di Ceretti ci fa intravedere qualcosa come l’apparenza – o l’apparire di una struttura. Ma una struttura di tipo nuovo. Una struttura in cui si distinguono cicatrici, linee di sutura e perfino le incrinature, le fessure, là dove sta per prodursi, di nuovo, un’altra spaccatura, dove sta vibrando l’imminenza di un’altra esplosione. Una struttura instabile, in allarme. Del suo funziona mento fa parte anche il suo tendere, il suo precipitare verso la dissoluzione.   Ceretti. Il titolo è significativo. “Pittore pittura”: quasi una parola composta, per definire una cosa sola. Ritratto parziale – a pezzi – dell’artista come raccoglitore di rottami presi al volo…

Rottami, anche, di pittura… che cosa resta, di integro? Il gesto di quella mano che dipinge?   L’oggetto, in questi dipinti, va in pezzi. La Sua stessa immgine ci viene mostrata nell’attimo in cui qualcosa, dentro o fuori di lei, sta cancellandola in quanto immagine che nomina e definisce. Perchè allora in questi dipinti si fa sentire con tanta forza quello che mi viene da chiamare il senso dell’oggettività? Stavo per dire (e così dico la parola ma anche l’esitazione che mi tratteneva dal dirla) stavo per dire: perchè ci si fa sentire con tanta forza consolatoria quello che vorrei chiamare il senso dell’oggettività? Quello che è certo è che i quadri di Ceretti inducono in noi qualcosa che è esattamente il contrario della depressione.

Se un nome, un nome qualsiasi, potesse venire detto nel momento stesso in cui le lettere dell’alfabeto che lo compongono fossero proprio sul punto di disaggregarsi… Come risuonerebbe, quel nome! Con quale tembile forza! E non è tutto un mondo che potrebbe evocare? È anche di questo che parlano, queste immagini?   Un mondo che va in pezzi – l’andare in pezzi di un mondo. . . E allora, che cos’è che lo tiene insieme, quel mondo – in una figura – in modo che vedendolo noi possiamo conoscerlo, e riconoscerlo? Quello che tiene insieme questo mondo fatto a pezzi è la forza della rappresentazione. Della pittura, qui. Che cos’e qualcosa che ha a che fare confusamente con la fIlosofia, o forse con la tecnica? – L’ho detto: è una figura…

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Francesco Tadini e Melina Scalise sono curatori dell’Archivio Emilio Tadini. Verranno pubblicate le pagine delle opere e dei testi critici, nonché poetici di Emilio Tadini. Il lavoro in fase di sviluppo (e ha sede allo Spazio Tadini di Milano). Si pregano cortesemente i galleristi e i collezionisti di farvi riferimento per qualunque esigenza: autentica opere e catalogazione per la preparazione del Catalogo Generale delle opere di Tadini.

 

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