prossima inaugurazione


Pilar Dominguez, dal 18 maggio al 13 giugno a Spazio Tadini

Paesaggio / Olio su tela 70 x 60 cm.

Milano, nell’arte del Novecento, è un soggetto che ha sedotto
decine di artisti. Molti di quelli che l’hanno amata, vissuta,
attraversata, indagata e compresa, si sono fatti interpreti nel
tempo dei suoi umori, delle sue atmosfere, degli scorci, dei
dettagli, dei colori, quasi fossero le sue impronte digitali, mappe
di un luogo dell’anima, segnato da linee precise e inconfondibili.
Come le periferie celebrate da Boccioni e i colleghi futuristi,
con i loro palazzi popolari e le fabbriche che sfumavano nella
campagna. O come le popolose strade del centro, in bilico fra
realtà e immaginazione, nelle visioni trasognate dei chiaristi e
dei maestri del realismo magico. O, ancora, come la Milano dei
gasometri, del Ponte della Ghisolfa, dei navigli e dei binari tronchi
ai margini delle stazioni, nelle tele cupe, potenti e tragiche di
Giansisto Gasparini e dei suoi allievi esistenziali, Vaglieri in testa.
A tempi più recenti risalgono altri ritratti di una città sfuggente
e insieme silenziosa di cui Giancarlo Ossola, per esempio, ha
cristallizzato la polvere negli opifici abbandonati restituendo sulla
tela tutto il sapore di uno scenario desolato nei toni della cenere,
del fumo, della pioggia.
A questo lignaggio di cantori della Milano moderna, si unisce
anche la figura di Pilar Dominguez, milanese da oltre trent’anni,
che però porta ancora nel sangue le tracce della sua origine
sudamericana, del Cile verde delle primavere d’ottobre e rosa
dei tramonti su Santiago, blu d’oceano sulle spiagge di Reñaca e
bianco di ghiacci eterni, rosso dei vigneti di Curacavì e colorato
d’ogni tinta nei murales di Valparaiso. Un Cile che non si
dimentica, resta negli occhi e nelle dita di chi, una volta lontano,
ci ha lasciato il cuore e lo ricerca ovunque, tanto da vederne il
riflesso anche sulle facciate in ceppo lombardo dei palazzi in
città-studi o persino su quella in marmo di Candoglia del Duomo
di Milano che, invece di specchiare le luci ambrate delle sere
milanesi, sembra intriso dei bagliori delle Ande e della terra ocra
del deserto di Atacama.
Miracolo d’immaginazione. Che Pilar Dominguez non si fa
scrupolo di controllare quando incide, disegna, dipinge (ogni
tecnica è complementare all’altra) i picchi di Milano, dalla Torre
Velasca al Pirellone, sognando panorami verticali dove le linee
della metropoli si fanno musicali e ritmate come le vette aguzze
della cordigliera. Montagne di una Milano che brilla come neve al
sole e va veloce verso il crepuscolo a bordo dei suoi tram e dei treni
dalle corazze nere come scarafaggi. «Cucarace giganti» dice Pilar
(e ride) mentre disegna la curva di un naviglio e ci incide sopra la
silhouette sinistra di una blatta emersa forse da uno dei tombini
che lei da tempo battezza “ombelichi della città” e ritrae come
porte magiche da cui passa il respiro del sottosuolo. «C’è tutto un
mondo che si agita là sotto, che si muove, vive, sguscia e nuota».
Sarà per questo che, al di là di ogni panorama più noto, dagli
incroci di Cordusio alle colonne di San Lorenzo, sono i chiusini,
dai più moderni grigliati a quelli nobili con lo stemma araldico, a
rappresentare per Dominguez il volto intimo e profondo della sua
ciudad italiana. Tanto da costituire negli anni un leitmotiv della
sua produzione, una collezione di pertugi inondati, negli ultimi
tempi, da quel senso per il colore che piove su carte e tele con
l’energia di una mareggiata sulle coste di Pichicuy.
E Milano inizia a fluttuare allora nel blu oltremare, nei fucsia
accesi come una miccia sul pennello, nei gialli tropicali che,
dimentichi delle atmosfere nebbiose del suo profilo classico, ne
fanno ora una città tinta, ciudad colorada, che pulsa al ritmo della
trote, della caja, del bombo.
La miscela di acqueforti e acquetinte sulle lastre incise con
sapienza, le sperimentazioni su nuove tecniche a stampa, dalla
storica di Hayter ai nuovi polimeri, dalle colature di grasso
sull’acetato alla pittura anch’essa incisa, spalmata a pollice, con
gesti veloci e intuitivi, tutto contribuisce all’effetto finale; ma
ogni processo è un alibi per mettere le ali alla città e traslocarla
nell’emisfero meridionale, dove le stagioni s’invertono e la
caligine è spazzata via dal vento del nord.
Strano, felice destino per una Milano troppo spesso inchiodata
al suolo, che si ricorda sempre meno d’essere come una chiatta,
bagnata nel cuore dai canali che le scorrono dentro e che Pilar
Dominguez scoperchia a colpi di colori rubati a un’altra terra,
liberando i suoi pesci nell’oceano e illuminando d’argento guglie
e tetti dei palazzi di periferia, prima di rituffarsi nella notte a
bordo di uno dei suoi convogli lanciati a tutta velocità.
Chiara Gatti
aprile ’2011

Partenza / Olio su tela 80 x 40 cm.

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